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    September 03

    Novembers Doom - Into Night's Requiem Infernal




    Tornano sulle scene e soprattutto sulle nostre pagine i Novembers Doom, band americana giunta al ventesimo anno di attività, sottolineato dalla release del settimo full-lenght in carriera, il quipresente Into Night's Requiem Infernal.
    Per chi si fosse perso la puntata precedente (visibile cliccando QUI), avevamo lasciato il combo di Chicago agonizzante dopo un'impietosa recensione che castigava clamorosamente il precedente The Novella Reservoir, disco osannato da mezzo mondo, reo secondo il nostro Giasse di un risultato finale che nella forma e nella sostanza si presentava piuttosto povero e banale ma soprattutto di un'infelice collocazione stilistica. E' proprio da qui che voglio ripartire nell'analisi di questo nuovo lavoro, non per riabilitare la band agli occhi dei nostri lettori o emendare il precedente torvo giudizio (che personalmente non condivido) ma perchè l'ultima riflessione dell'attento recensore ha stimolato nel sottoscritto un cambio di prospettiva da cui osservare le gesta del gruppo statunitense.

    Quel che è fatto è fatto, e non tornerò sulla valutazione del disco precedente; è innegabile però che a cominciare dalla pubblicazione di The Pale Haunt Departure nel 2005 qualcosa in casa Novembers Doom sia cambiato: quell'album evidenziava infatti un indurimento del sound che è proseguito anche in The Novella Reservoir e non si è ancora arrestato. Causa principale di tale correzione di rotta è stata l'abbandono del chitarrista/compositore Eric Burnley e -in maniera minore- l'accantonamento della voce femminile, defezioni che hanno spinto la band a concentrarsi maggiormente sul lato più classicamente death della propria proposta pur senza abbandonare quelle venature gotiche e doom che l'avevano sempre distinta. Tutto ciò però è andato a discapito proprio di queste ultime, che nell'arco di tre dischi hanno perso progressivamente in personalità e qualità, riducendo la band ad un monicker effettivamente death metal nella sostanza, ma nella forma ancorato ad una concezione novantiana di death/doom che ormai gli appartiene sempre meno.

    Più simili agli Opeth che a My Dying Bride, Anathema e compagnia cantante, i Novembers Doom affermano ancora una volta nel nuovo lavoro un'anima austera e turgida attraverso un sound di grana spessa, compatto e potente, che tuttavia sente il bisogno di rifugiarsi in lascive delicatezze acustiche e suadenti voci pulite per mostrare un lato rassegnato e malinconico che francamente comincia a sembrare fuori luogo. La necessità di esprimere tali stati d'animo viene codificata attraverso l'adozione di armonie e costruzioni melodiche prese pari pari dai grandi nomi della scena, cosa che non ci si aspetta da una band con un'esperienza ventennale alle spalle: sfido a non riconoscere in The Fifth Day Of March l'ombra di Mikael Akerfeldt o in When Desperation Fills The Void l'ingombrante presenza degli ultimi Anathema, e questo senso di deja-vu si ritrova disseminato in altre parti dell'opera risultando abbastanza fastidioso.
    Per fortuna l'altra faccia della medaglia è rappresentata da un pugno di canzoni rocciose, aggressive e fieramente metalliche, che riportano l'album sui giusti binari, e basta ascoltare l'arrembante title-track posta in apertura per capire di che pasta è (o almeno dovrebbe) essere fatto il sound dei nostri: figlio dell'ennesima felice collaborazione con Dan Swano, il suono del disco risulta poderoso e nitido in ogni suo dettaglio, un impasto in cui il fragore delle chitarre si esalta nel matrimonio con una sezione ritmica chiara e pregnante, il tutto guidato dal growl di un Paul Kuhr davvero ispirato. Un riffing serrato e martellante che assieme ai colpi precisi e pesantissimi della batteria del ritrovato Sasha Horn crea un monolite sonoro oscuro e impenetrabile si erge a caratteristica vincente di brani come la già citata title-track, la ferina Lazarus Regret o ancora The Harlot's Lie, pezzi che pestano duro ma non rinunciano al lavoro di cesello della premiata ditta Marchese & Lawrence, che grazie al sapiente dosaggio di lead melodici e intrecci di prim'ordine riescono (quando non decidono di scadere nel banale) ad impreziosire e dare varietà alle canzoni. Persino i momenti in cui la confusa (e ormai presunta) identità doom del gruppo viene fuori prepotentemente, come ad esempio in Empathy's Greed o I Hurt Those I Adore, riescono a mantenersi vivi e piacevoli nel lavoro chitarristico, peccato però che la summa strumentale e vocale non riesca a tenere il passo.

    Viene a crearsi così un disco a due velocità, in cui i periodi più tirati e death-oriented surclassano per qualità e -fortunatamente- quantità le concessioni alla melancolia e le svenevolezze estetiche che ammorbano il lavoro. E' altresì da notare come la pratica di incastro di questi due aspetti fondamentali della band cominci a presentare qualche segno di cedimento decretando un lieve, eppur percettibile, calo di ispirazione rispetto al recente passato. A nostro avviso, se Into Night's Requiem Infernal fosse stato pensato, concepito, realizzato e presentato come un disco death metal, adesso probabilmente staremmo parlando di un trionfo, purtroppo però la band statunitense continua a battere una strada che, proseguendo illusoriamente nella direzione dell'auto-affermazione ad oltranza della propria personalità, finisce inconsapevolmente per allontanarsene. Speriamo non così tanto da smarrirsi.

    Cosi è, se vi pare!

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