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October 04 Tinakrius - The Black Hole Mind![]() Accolto tra le fila il nuovo cantante Flavio Rezza, i Palermitani hanno puntato su un sound sì sulfureo ma notevolmente irrobustito nelle trame ritmiche tramite sferzate di heavy metal ottantiano di grande impatto; la pletora di influenze del gruppo è ora riconducibile, oltre ai soliti Black Sabbath, Trouble, Candlemass e compagnia opprimente, a grandi act come Judas Priest e Iron Maiden. Il risultato è un album più vario nel songwriting, più "arioso" nelle atmosfere e più personale nelle costruzioni armoniche e nelle scelte melodiche attuate. Un esempio lampante è presente già nelle prime due Mad e Torment, che alternano momenti incentrati sulla costruzione di un buon groove e di un tessuto sonoro solido ed oscuro a cambi di tempo e accelerazioni che evidenziano la robustezza della sezione ritmica formata da Claudio Florio e Flavio Russo e la varietà espressiva del giovane singer, autore di una prestazione davvero sugli scudi. Notevole anche il lavoro di Francesco Chiazzese, tanto decisivo alla chitarra quanto prezioso alle tastiere: Little Angel (Samuel's Theme) e soprattutto Raptus -pezzo migliore del lotto per chi scrive- beneficiano infatti di arrangiamenti di prim'oridine e rifiniture melodiche ampiamente azzeccate. Entusiasmanti chiaroscuri di chitarra vanno invece a crearsi in seno al rifferama deciso e ficcante che caratterizza pezzi più granitici come Killerotomia o Mental Devastation, testimoni tra l'altro della buona potenza che il combo siciliano riesce a sprigionare anche in virtù di una registrazione davvero di alto livello, in grado di donare all'album un suono che, prendendo le mosse dalle classiche produzioni ottantiane, si porta agilmente in territori più attuali. Illuminante in tal senso è la voce corposa e graffiante della sei corde e la devastante sinergia rullante-grancassa, sempre in primo piano e sempre decisiva nell'economia del sound dei Trinakrius. A livello lirico, The Black Hole Mind si configura come una sorta di esplorazione del disagio mentale, e la sequenza dei titoli presenti nella tracklist si rivela da subito indizio rivelatore. Da Between Light And Madness ad Insane Society il "buco nero" va ad espandersi sempre di più per eludere le barriere fisiche di una sola mente ed allargarsi all'intera società. In questo senso la scelta della cover di chiusura non appare per nulla casuale: trattasi infatti del classico dei classici Paranoid, di cui anche le pietre conoscono il testo, quindi mi sembra inutile stare a pontificare sulle presunte ragioni di tale "adozione". Ciò che invece preme dire e chè, a discapito di un'ottima esecuzione, emerge un fastidioso vizio di forma che può essere visto come il classico pelo nell'uovo: la pronuncia di Flavio. Se tale aspetto può passare inosservato negli otto pezzi precedenti, è proprio nell'ultimo che assume proporzioni quasi irritanti in quanto la notorietà della canzone è tale che all'atto di canticchiarsela in mente vanno a crearsi enormi dissonanze tra la pronuncia originale e quella dei Trinakrius. Morale della favola: Flavio Rezza a ripetizione d'inglese e tutti gli altri a procurarsi The Black Hole Mind, e tutti vissero felici e contenti... ... Fino al prossimo capitolo. September 03 Novembers Doom - Into Night's Requiem Infernal![]() Tornano sulle scene e soprattutto sulle nostre pagine i Novembers Doom, band americana giunta al ventesimo anno di attività, sottolineato dalla release del settimo full-lenght in carriera, il quipresente Into Night's Requiem Infernal. Per chi si fosse perso la puntata precedente (visibile cliccando QUI), avevamo lasciato il combo di Chicago agonizzante dopo un'impietosa recensione che castigava clamorosamente il precedente The Novella Reservoir, disco osannato da mezzo mondo, reo secondo il nostro Giasse di un risultato finale che nella forma e nella sostanza si presentava piuttosto povero e banale ma soprattutto di un'infelice collocazione stilistica. E' proprio da qui che voglio ripartire nell'analisi di questo nuovo lavoro, non per riabilitare la band agli occhi dei nostri lettori o emendare il precedente torvo giudizio (che personalmente non condivido) ma perchè l'ultima riflessione dell'attento recensore ha stimolato nel sottoscritto un cambio di prospettiva da cui osservare le gesta del gruppo statunitense. Quel che è fatto è fatto, e non tornerò sulla valutazione del disco precedente; è innegabile però che a cominciare dalla pubblicazione di The Pale Haunt Departure nel 2005 qualcosa in casa Novembers Doom sia cambiato: quell'album evidenziava infatti un indurimento del sound che è proseguito anche in The Novella Reservoir e non si è ancora arrestato. Causa principale di tale correzione di rotta è stata l'abbandono del chitarrista/compositore Eric Burnley e -in maniera minore- l'accantonamento della voce femminile, defezioni che hanno spinto la band a concentrarsi maggiormente sul lato più classicamente death della propria proposta pur senza abbandonare quelle venature gotiche e doom che l'avevano sempre distinta. Tutto ciò però è andato a discapito proprio di queste ultime, che nell'arco di tre dischi hanno perso progressivamente in personalità e qualità, riducendo la band ad un monicker effettivamente death metal nella sostanza, ma nella forma ancorato ad una concezione novantiana di death/doom che ormai gli appartiene sempre meno. Più simili agli Opeth che a My Dying Bride, Anathema e compagnia cantante, i Novembers Doom affermano ancora una volta nel nuovo lavoro un'anima austera e turgida attraverso un sound di grana spessa, compatto e potente, che tuttavia sente il bisogno di rifugiarsi in lascive delicatezze acustiche e suadenti voci pulite per mostrare un lato rassegnato e malinconico che francamente comincia a sembrare fuori luogo. La necessità di esprimere tali stati d'animo viene codificata attraverso l'adozione di armonie e costruzioni melodiche prese pari pari dai grandi nomi della scena, cosa che non ci si aspetta da una band con un'esperienza ventennale alle spalle: sfido a non riconoscere in The Fifth Day Of March l'ombra di Mikael Akerfeldt o in When Desperation Fills The Void l'ingombrante presenza degli ultimi Anathema, e questo senso di deja-vu si ritrova disseminato in altre parti dell'opera risultando abbastanza fastidioso. Per fortuna l'altra faccia della medaglia è rappresentata da un pugno di canzoni rocciose, aggressive e fieramente metalliche, che riportano l'album sui giusti binari, e basta ascoltare l'arrembante title-track posta in apertura per capire di che pasta è (o almeno dovrebbe) essere fatto il sound dei nostri: figlio dell'ennesima felice collaborazione con Dan Swano, il suono del disco risulta poderoso e nitido in ogni suo dettaglio, un impasto in cui il fragore delle chitarre si esalta nel matrimonio con una sezione ritmica chiara e pregnante, il tutto guidato dal growl di un Paul Kuhr davvero ispirato. Un riffing serrato e martellante che assieme ai colpi precisi e pesantissimi della batteria del ritrovato Sasha Horn crea un monolite sonoro oscuro e impenetrabile si erge a caratteristica vincente di brani come la già citata title-track, la ferina Lazarus Regret o ancora The Harlot's Lie, pezzi che pestano duro ma non rinunciano al lavoro di cesello della premiata ditta Marchese & Lawrence, che grazie al sapiente dosaggio di lead melodici e intrecci di prim'ordine riescono (quando non decidono di scadere nel banale) ad impreziosire e dare varietà alle canzoni. Persino i momenti in cui la confusa (e ormai presunta) identità doom del gruppo viene fuori prepotentemente, come ad esempio in Empathy's Greed o I Hurt Those I Adore, riescono a mantenersi vivi e piacevoli nel lavoro chitarristico, peccato però che la summa strumentale e vocale non riesca a tenere il passo. Viene a crearsi così un disco a due velocità, in cui i periodi più tirati e death-oriented surclassano per qualità e -fortunatamente- quantità le concessioni alla melancolia e le svenevolezze estetiche che ammorbano il lavoro. E' altresì da notare come la pratica di incastro di questi due aspetti fondamentali della band cominci a presentare qualche segno di cedimento decretando un lieve, eppur percettibile, calo di ispirazione rispetto al recente passato. A nostro avviso, se Into Night's Requiem Infernal fosse stato pensato, concepito, realizzato e presentato come un disco death metal, adesso probabilmente staremmo parlando di un trionfo, purtroppo però la band statunitense continua a battere una strada che, proseguendo illusoriamente nella direzione dell'auto-affermazione ad oltranza della propria personalità, finisce inconsapevolmente per allontanarsene. Speriamo non così tanto da smarrirsi. Cosi è, se vi pare! August 31 Backjumper - Across The Deadline![]() Giovani metallari crescono. Era ora che qualcuno si accorgesse dei Backjumper, combo barese che dal 2003 non ha mai smesso di mettere a ferro e fuoco i pachi pugliesi e non solo, alfiere di un sound che sotto l'etichetta autoattribuita "crossover-core" nasconde una miscela esplosiva fatta tanto di commistioni, compenetrazioni e contaminazioni tra hardcore e metal che tanto piacciono al giorno d'oggi, quanto di grinta, passione, rabbia e personalità, ingrediente quest'ultimo di cui spesso sembra si possa fare a meno ma che, manco a dirlo, è base fondamentale per un progetto che voglia definirsi serio. Progetto, quello dei Backjumper, su cui l'etichetta italiana Killer Pool Records ha deciso di puntare occupandosi della produzione e distribuzione di questo Across The Deadline. E il primo full-lenght ufficiale della band colpisce subito nel segno: i dieci pezzi che lo compongono sono espressione di un gruppo che ha le idee chiare e che sa come realizzarle. Nonstante la giovane età dei suoi componenti, la band mette subito in mostra un sound fresco eppure maturo, aggressivo eppure ragionato, in cui la vitalità e l'irruenza tipica di un debutto fa il paio con una scrittura discretamente varia e capace di incanalare in solide strutture metalliche le pulsioni più violente e distruttive dell'hardcore. Tutto questo però non faccia pensare alla solita band metalcore moderna tutta muscoli e niente cervello: i Backjumper riescono a tenersi alla larga dai clichè più banali del genere (?) evidenziando quella personalità di cui si parlava qualche riga più su in virtù di una spiccata volontà a focalizzare il discorso musicale sul proprio background e sul proprio divenire, scelta questa che sarà pure anti-trendy ma che si rivela decisamente azzeccata. Nella musica dei Backjumper non troverete breakdown e cori melodici ad ogni piè sospinto, nessuna sfuriata plastica e successivo sfogo emozionale di facciata ma tantissima concretezza, groove e dinamismo incorporati in un sound nervoso, teso e martellante per un risultato concettualmente simile ad un treno deragliante che vi investe a tutta velocità come illustrato nell'ottimo artwork di copertina. Cuore (o sarebbe meglio dire "core") dell'album sono i quattro pezzi (Life Sponsored By, Sadist-Factions, Gravity e Unsafe) già presenti nella demo del 2006 intitolata Trust No1, qui ripresi e resi in una veste tecnicamente superiore sia per quanto riguarda l'esecuzione che per il sound. Caratteristiche pricipali di queste canzoni erano l'impatto micidiale delle chitarre, il groove incessante della sezione ritmica e un'interpretazione vocale schizofrenica in costante cambio di registro tra scream acidissimo e cantato à la Zack De La Rocha. Caratteristiche che si ritrovano anche nei nuovi pezzi, che giovano tuttavia della crescita tecnica della band e di un songwriting che si è fatto più vario e ragionato, aggiungendo sfumature melodiche e aumentando sovente la complessità ritmica dei brani, il tutto senza perdere di vista quella furia esecutiva e quell'energia inesauribile che da sempre sono marchio di fabbrica del gruppo. Si passa così da vere e prorpie schegge impazzite di metal moderno (Deadline, The Separated You Fear) a pezzi più compatti e ricercati (A Strife Of Blood, Turn To Sand) fino ad arrivare a spasmi di incontenibile ipertrofia (Holy Havoc, Stabbed Back And Fall) che testimoniano il lato più folle e schizoide del gruppo. Il prodotto finale è un disco che brilla per la freschezza delle idee contenute e per la varietà e la qualità dei propri pezzi. Ciò che a nostro avviso non aiuta a renderlo competitivo a livello internazionale è una resa sonora che per quanto possa essere azzeccata per il sound della band pare a tratti eccessivamente morbida: a non convicere pienamente sono i suoni di rullante e chitarra che non appaiono secchi e taglienti come dovrebbero essere, mentre il basso risulta spesso troppo in ombra. Siamo sicuri che con una produzione competitiva con le ultime uscite del genere, Across The Deadline avrebbe fatto il botto, mentre allo stato attuale delle cose ci si deve accontentare di avere per le mani "soltanto" un gran bel debut-album. La strada tuttavia è ancora lunga e se i Backjumper sapranno mantenere una qualità di scrittura così elevata ed un'attitudine così entusiasta e sincera (vi rimando a tal proposito all'infuocata dimensione live della band), le soddisfazioni non tarderanno ad arrivare. Buona la prima. August 18 White Pale Silence - Aseptyc![]() Nuovo demo per i White Pale Silence, formazione dell'entroterra barese che ad un anno di distanza dal precedente lavoro intitolato Season of Decadence, torna con questo Aseptyc, dischetto composto da tre pezzi totalmente autoprodotti. Perso uno dei tre chitarristi, la band non perde comunque l'approccio oscuro e granitico messo in mostra in occasione del debutto ed anzi, le tre nuove composizioni evidenziano una tendenza ancora più marcata ad ergere veri e propri muri di suono costruiti attorno ai riff delle sei corde, per un risultato che sposta l'ago della bilancia sull'impatto e la durezza del sound piuttosto che sulle melodie e le atmosfere. Il gothic metal dei White Pale Silence assume così una veste quadrata e monolitica che emerge da architetture impermeate sulla scelta di tempi medio-lenti e scenari sonori che vertono sulla claustrofobia e l'ossessività espressiva proprie di un modo di interpretare il genere che guarda costantemente al doom metal, senza comunque farne proprie le caratteristiche principali. Il sound dei nostri infatti, pur muovendosi su terreni prettamente pesanti e caliginosi, riesce a risultare fresco e moderno in virtù di una produzione attualissima e di buon livello nonostante la sua natura "casereccia" e di sporadici inserti elettronici che vanno ad incastonarsi molto bene nei pochi spazi lasciati da chitarre e basso. Proseguendo il discorso sotto l'aspetto tecnico, è da segnalare il sensibile miglioramento del singer Nico, che divincolatosi da una buona parte delle derive "finlandesi" che caratterizzavano il suo operato nel precedente demo e risolti alcuni problemi di intonazione, offre una prestazione più che buona, e le sue linee vocali dal tono rassegnato e malinconico fanno perfettamente il paio con l'umore dei pezzi. Pezzi che, guardando l'altra faccia della medaglia, appaiono tuttavia leggermente statici e in alcuni casi (vedi l'iniziale Falling) addirittura ridondanti, aspetto che non aiuta la sezione ritmica ad emergere come dovrebbe, nonostante alcuni buoni spunti della batteria di Donato. L'impressione generale è che la band attraversi un periodo transitorio dovuto alla necessità di trovare il sound che più le è congeniale, e queste tre canzoni fanno pensare a tentativi di assestamento in cui ad essere curato è stato più l'aspetto del sound che quello del songwriting. Rimangono ad ogni modo buoni elementi su cui vale la pena di concentrarsi, come il groove nelle strofe di Winter Sun o ancora la notevole compenetrazione di melodie, cadenze e cambi di tempo di Raven's Flight, a parere di chi scrive miglior pezzo del lotto e della ancor poco nutrita discografia del gruppo. Non ci resta quindi che aspettare e sperare che i "lavori in corso" diano buoni risultati e che la crescita e la maturazione della band portino buoni frutti, magari da cogliere in un auspicabile lavoro sulla lunga distanza. August 14 Iced Flames - Demo![]() I am the king of iced land... In un'epoca musicale come quella che stiamo vivendo, periodo di eterna transizione, processo mai completato di passaggio dal "vecchio" al "nuovo", situazione che contrappone l'ormai consoleta concezione ottantiana di heavy metal ad un concetto di modernità ancora non precisato e perfezionato (gli anni '90 in fondo non sono stati così rivoluzionari), c'è ancora chi emerge dalla bruma armato di chitarre e spadoni per raccontare di lande incantate, epiche battaglie e bestie mitologiche, andando a rimpolpare la già nutrita letteratura fantasy che caratterizza uno dei filoni metal più seguiti di sempre: quello dell'epic/power. In effetti, "emerge" non è neanche l'espressione giusta; sarebbe meglio dire "cerca di emergere" in quanto ci troviamo davanti ad un neonato gruppo barese, fiero appartenente di quell'underground metallico italiano in cui si sgomita e si urla per far sentire la propria voce e promuovere la propria musica, con buona pace di tutti quelli che vorrebbero che "underground" debba far rima a tutti i costi con "novità". Scordiamoci quindi innovazione o modernità, ciò che gli Iced Flames offrono in questi quattro pezzi è passione, sudore, grinta e determinazione. Manowar, primi Helloween, Iron Maiden, Virgin Steele e tutto il resto della vecchia guardia metallica cosituiscono la gabbia dorata entro la quale i nostri muovono i propri passi, uno spazio che all'ascolto del demo pare in effetti assai angusto allorchè ci si imbatte in una serie di ritmiche eternamente uguali a sè stesse, un fardello di riff invero assai scarni e melodie che puzzano di già sentito: a primo acchitto tutto ciò potrebbe sembrare un problema insormontabile, ma se si pensa che band ben più blasonate degli Iced Flames campano di tutto ciò da più di qualche lustro, si giunge all'inevitabile conclusione che le asperità in cui annaspano i quattro pugliesi sono ormai congenite e sintomatiche di un genere che ormai ha detto tutto ciò che c'era da dire e che continua a dirlo soltanto perchè ha buoni polmoni. Ma come suonano gli Iced Flames? A noi verrebbe da dire "modestamente bene", ma bisogna tenere conto che l'ascolto del loro lavoro è inficiato da una produzione leggermente scadente. La voce del singer Sergio Cisternino (a cui bisogna riconoscere una timbrica meravigliosa) risulta infatti troppo in primo piano e finisce per schiacciare gli altri strumenti, e a risentirne sono soprattutto la chitarra di Gennaro Di Gennaro (no, non ho ripetuto due volte lo stesso complemento di specificazione), a cui va comunque una tirata d'orecchie per un sound che nelle ritmiche si fà decisamente anonimo e poco incisivo, e il basso di Antonio Fornabaio, la cui prestazione "harrisiana" avrebbe meritato più spazio in modo da riempire un suono che in molti frangenti manca di corposità e potenza. La batteria di Francesco Loconte dal canto suo, si dimostra quadrata e potente, ma i suoi pattern paiono eccessivamente statici e monotoni laddove a nostro parere servirebbe una maggiore propensione dinamica e, perchè no, fantasia. I pezzi che compongono il platter risentono inevitabilmente di questi aspetti e finiscono per appiattirsi in strutture e schemi che sfiorano la banalità, ma che si tengono lontani dalla tronfia pomposità in cui molte volte si crogiolano band di questo tipo: se c'è un merito da riconoscere agli Iced Flames infatti è quello di saper andare dritti al sodo senza troppi fronzoli, attitudine questa su cui bisogna lavorare per ottenere risultati migliori, risultati che paiono dietro l'angolo ma che bisogna lavorare per ottenere. Un pizzico di personalità e fantasia in più, un'aggiustata al sound e il gioco è fatto. Per questa volta, rimandati. July 15 Hearse - Single Ticket To Paradise
Oggi sto un po' così. Mi girano le balle, e anche parecchio. Giornata di merda al lavoro, torno a casa per godermi il mio crodino -sono un tipo semplice- in un bagno di sudore (l'aria condizionata non funziona e quindi mi devo sciroppare 10 Km in auto sotto il sole delle 19:00, che da queste parti, di questi tempi, picchia ancora parecchio). Stappo la bottiglietta, e mentre il vapore ghiacciato che si riversa dal suo minuscolo collo sollettica già le mie papille gustative, che si preparano ad essere inondate da cotanta frizzante goduria, la bottiglietta mi scivola di mano e va ad infrangersi sul pavimento in una pozzanghera arancione. Ma porca puttana. Era l'ultima bottiglia della confezione e per giunta oggi è anche giovedì, i negozi di alimentari sono chiusi. Fanculo. Non sarò Bukowski ma avrò il diritto di smadonnare anch'io ogni tanto.
Dire che sono imbestialito è poco, diciamo che tipi non esattamente calmi come l'incredibile Hulk o Roberto da Crema in questo momento sembrerebbero due agnellini in confronto a me. Ho bisogno di sfogare un pò di rabbia, scorro freneticamente il dito sul cumulo di cd che affollano la scrivania e mi soffermo su Single Ticket To Paradise. Questo andrà bene. Perchè noi metallari siamo tipi assennati, la musica per noi è una piccola catarsi, se siamo allegri abbiamo il power metal, se siamo depressi abbiamo il doom metal, se siamo incazzati abbiamo il death metal; non ce ne andiamo certo in giro a massacrare famiglie, picchiare barboni, stuprare minorenni o incendiare chiese... Beh, su quest'ultima concedeteci il beneficio del dubbio, nessuno è perfetto.
Single Ticket To Paradise dicevo. Infilo il cd nel lettore, premo play e alzo il volume a palla; le proteste dei vicini sono l'ultimo dei miei problemi. Partono i primi accordi e sembrano i Beach Boys, parte il primo riff e sembrano i Motorhead, parte la prima strofa e sembrano gli Entombed. E invece niente di tutto questo (o forse di tutto un po'): fottuto rock 'n roll, fottuto death metal. In sostanza, fottuto. Anzi fottutissimo death 'n roll quello degli Hearse, band svedese che per chi non lo sapesse, nasce nel 2001 grazie al volere di un certo Johan Liiva, personaggio un bel po' fottuto anche lui, soprattutto dopo la dipartita dagli Arch Enemy -ma questa è un'altra storia. Ad accompagnarlo troviamo il fido compagno di merende Max Thornell, già assieme a Liiva nei Devourement e nei Furbowl, e Mattias Ljung, chitarrista con gli attributi. Il disco di cui parliamo è già il quinto per i nostri amici scandinavi ma supponiamo che il nome risulti nuovo a molti in quanto, vuoi per la misera distribuzione in terra italica, vuoi per la sorte non certo benevola nei confronti di quasi tutti i figli di Wolverine Blues, non sono in troppi coloro che si cagano questa band. E fanno male, perchè anche non rappresentando un punto fermo nel panorama del metal estremo moderno, gli Hearse di culi ne spaccano a sufficienza: il loro mix di death metal tipicamente svedese e hard rock di quello tosto non sarà originalissimo ma raggiunge un equilibrio formale tale da regalare parecchie soddisfazioni a chi cerca un pò di musica robusta, energica e adrenalinica. Va da sè che questo Single Ticket To Paradise non aggiunge molto alla discografia del gruppo in quanto il genere tende a limitare per natura sperimentazioni o innovazioni stilistiche, ma nei suoi quaranta minuti abbondanti di musica è in grado di regalare parecchio divertimento e scapocciamento a profusione.
Sporca, ignorante, grezza e istintiva, la musica degli Hearse si basa sui riff infuocati dell'ascia di Ljung, tappeto ideale per gli sproloqui di un Liiva sempre in piena forma, e da una sezione ritmica tanto essenziale quanto incisiva. Il tutto è supportato dalla produzione ENORME del buon Dan Swano per un risultato portentoso quando la band si mantiene nell'ambito del death 'n roll cazzuto dagli arrangiamenti semplici e dai ritmi elevati, un pò ridondante invece quando i ragazzi decidono di infognarsi in pezzi senza capo nè coda come la titletrack o la conclusiva Your Purgatory, due lente mattonate nelle balle caratterizzate dalla ripetitività di certi temi chitarristici e da lamentose spoken words che non portano che alla noia, peccato mortale per un disco di questo tipo. Oddio, non che la ripetitività manchi anche nelle parti più riuscite e tirate, ma pezzi come Misanthropic Charades, Degeneration X e Sundown colpiscono dritte al segno e pur con i soliti "difetti" strutturali riescono ad essere trascinanti e a tratti addirittura esaltanti, e sinceramente tanto basta per un lavoro come questo. In conclusione possiamo affermare che Single Ticket To Paradise non sarà di certo ricordato negli annali del metallo pesante come chissà quale meraviglia, e a dirla tutta non rappresenta neanche il miglior lavoro degli Hearse. La band stessa tra l'altro non potrà contare su caratteristiche peculiari di alcuni colleghi illustri, si pensi alla concretezza dei compianti Gorefest, l'efferatezza dei maestri Entombed o ancora il marciume dei Phazm, ma è anche vero che i colleghi non possono contare sul carisma di un personaggio come Johan Liiva, che nel bene e nel male, si dimostra ancora una volta un artista con due palle così. E adesso qualcuno mi aiuti a ripulire 'sto bordello... July 01 Ava Inferi - Blood Of Bacchus
Arsura. L'estate avanza crudele trascinandosi in sbuffi di calore e vampate di fuoco, ammantando la terra della sua inesorabilità. Almada è una piccola cittadina lusitana le cui radici risalgono fino alla preistoria e i suoi confini, disegnati dal fiume Tago e dalla costa atlantica, sono sempre sembrati troppo angusti per una popolazione ad alta densità come quella portoghese. Confini che durante la "bella" stagione diventano addirittura insopportabili: riesco a percepire il respiro affannoso di chi arranca per vicoli e stradine cercando di tornare a casa il prima possibile, posso sentire il tanfo di sudore di chi mi passa accanto mentre ascolto le mie membra che invocano riparo dal caldo, dalla luce. Nelle prime ore pomeridiane persino le ombre cercano riparo dal sole mentre l'afa, l'umidità e le zanzare mi si appiccicano addosso. Aspetto la notte.
La musica degli Ava Inferi è tutto questo: calda, velenosa, appiccicosa, asfissiante. Gothic metal dalle marcate influenze doom che nel suo incedere elegante, lento e inarrestabile incarna le fattezze del volto più perverso della natura, quella che strisciante e sibilante torna a riprendersi ciò che l'uomo le ha tolto, quella che erode le coste e corrode gli argini della civilizzazione, quella che con volto di donna e cuore di morte si dipana per le strade di Almada reclamando la vita dei più deboli: l'insopportabile canicola a cui cedono le piante più esili, gli animali più deboli, le persone più anziane e malate.
E' Carmen Simões a farsi immagine dell'abbagliante bellezza dell'inganno: una voce, la sua, capace di accarezzare le note con una grazia e una delicatezza talmente profonde da riuscire in ogni momento ad infondere calma ed angoscia, serenità e tormento. Un passo dietro a lei, a ghermire il suo strascico, le chitarre di Rune Eriksen (l'ex-Blasphemer dei Mayhem) disegnano arabeschi infuocati che prendono forma in un riffing lasco e granitico, accompagnato sovente da accordi aperti ed austeri che tratteggiano l'immobilità dei paesaggi e della vita attraversata dalla musica degli Ava Inferi. Niente melodie facili, nessun rassicurante dinamismo ad agevolare l'ascolto, assolutamente assente la liquidità che una tastiera avrebbe potuto apportare al sound. Blood Of Bacchus vive di musica secca, aspra ed inquietante, il cui ascolto tutto d'un fiato lascia boccheggianti alla fine dei suoi cinquantaquattro minuti di durata. L'oscurità della band lusitana giunge non dal ricamo di atmosfere e sfumature tetre e notturne ma dalla capacità di usare elementi talmente caldi e luminosi da accecare, bruciare ed oscurire la vista di chi la osserva.
"Join us": sono queste le uniche parole di Carmen nell'iniziale Truce. Un invito che suona al contempo come tentazione e monito, allorchè la promessa di The Last Sign Of Summer viene infranta: l'estate degli Ava Inferi è eterna, il giorno perpetuo, la calura, l'umidità e la siccità costanti. Non ci sarà tregua nei temporali, salvazione nell'autunno o riparo nel buio: Colours Of The Dark è una menzogna, e la verità arriva, dopo l'apparente distensione portata da Black Wings, nell'epica suite-capolavoro di Appeler Les Loups. "Tod Macht Frei", tanto per abbandonarsi ad infami semi-citazioni, e chi vuol capire, capisca. Inquietudine e tristezza si susseguono nelle successive Be Damned e Tempestade (che si apre sulle note di un estemporaneo Fado) e prima che giunga la rassegnazione di Memoirs, sono i tribalismi e le orge rituali della titletrack a consegnarci il sangue, il nettare di quel Bacco sordido e beffardo in un tripudio di percussioni, fragore e gorgheggi della Simões, che smette i panni dell'incantatrice per non indossarne alcuno, in perfetto stile da baccante.
La musica è finita, ma quella sensazione insopportabile di arsura e torpore permangono. Ho la bocca impastata, le tempie che pulsano, la testa che mi scoppia. Nausea e capogiro. Il sangue di Bacco mi ha beffato ancora, consegnandomi alle inclementi braccia della luce. Cerco di addormentarmi, prima o poi quest'estate dovrà finire. June 12 Amorphis - Skyforger
Stabilitasi ormai da tempo come entità unica e inimitabile nel panorama metal internazionale, la band finnica degli Amorphis torna sulle scene con un nuovo disco. Amorphis come amorfo, ovvero "senza forma", amorfo come non identificabile, non identificabile come egida sotto la quale compiere il proprio cammino evolutivo, lontano dalle mode, dalle sirene del modernismo e da qualunque fine che non fosse la crescita artistica.
Cammino evolutivo che però ha cominciato ad attorcigliarsi su sè stesso circa tre anni fa con l'avvento del nuovo singer Tomi Joutsen: da allora tre dischi per i quali l' obiettivo dichiarato della band non è più l'evoluzione artistica e la crescita musicale ma semplicemente la scrittura delle migliori canzoni possibili. Intento nobile quello dei finlandesi che, adottando come concept lirico le vicende del Kalevala (poema epico nazionale), hanno sfornato in sequenza Eclipse (2006) e Silent Waters (2007), e nel 2009 danno alla luce l'ultimo capitolo della trilogia, il quipresente Skyforger.
Simili per stile, struttura e sound, i tre album hanno un filo conduttore solidissimo, che ne caratterizza gli umori e i colori: stiamo parlando del concept, elemento imprescindibile se si vuole capire a fondo la musica degli Amorphis. Triste e rassegnato è Eclipse, che narra le vicende di Kullervo, personaggio caratterizzato da una storia personale tormentata e difficile, culminata col suicidio; oscuro e arrabbiato risulta invece Silent Waters, epica di Lemminkäinen, obbligato a superare prove durissime per ottenere la mano della sua amata, mano che non otterrà per la sopraggiunta della morte e dello smembramento durante una di queste; profondo e sognante si rivela infine Skyforger, basato sulla storia di Ilmarinen, fabbro capace di opere prodigiose, tra cui la forgiatura della volta celeste.
Compreso il profondo legame tra musica e testi, si capisce come questo possa essere al contempo punto di forza e freno per sei finlandesi. Incapaci di insubordinarsi alle suggestioni dei loro racconti, gli Amorphis imprimono ai propri pezzi le emozioni e gli stati d'animo delle storie narrate, che nella nuova dimesione musicale assumono una valenza fisica e concreta, quasi tangibile.
Ecco quindi l'iniziale Sampo ad aprire le danze epica e pomposa in virtù della creazione dell'omonimo prodigioso oggetto, un macina magica in grado di donare ogni tipo di ricchezza, rappresentata in copertina come la quercia gigante che oscura il sole e la luna. Il racconto prosegue con la disillusione dell'hit-single (almeno in patria) Silver Bride e la consapevolezza che la creazione di una compagna fatta d'argento e d'oro non potrà mai sostituire la vita e il calore umano, e va avanti in un'altalena di emozioni e situazioni che rendono il racconto - e quindi l'album - sempre fresco e dalle mille sfaccettature, basti pensare al ribollire di voglia e determinazione nella scintillante The Sky is Mine e nella successiva Majestic Beast, che parlano della volontà del protagonsta di conquistare il cielo e della creazione di un'aquila (la "bestia maestosa") atta a raggiungere il proprio scopo, o ancora alla profondità e alla minuzia del lavoro del fabbro che sfociano nella commozione e nella soddisfazione allorchè il risultato gli si presenta alla vista: forgiare il cielo è impresa epica e Highest Star e Skyforger sono lì a domostrarlo.
Come già detto in precedenza, musicalmente il disco attinge all'impasto sonoro messo a punto sin dalla pubblicazione di Eclipse, perfezionato e portato qui a compimento, che nasce dal riffing multiforme della coppia Holopainen - Koivusaari e si arricchisce della preziosa cesellatura melodica delle tastiere di Santeri Kallio, coadiuvato dalla solidità e dalla fantasia della sezione ritmica e impreziosito dalla profondità dell'interpretazione del singer Tomi Joutsen, capace di accarezzare e aggredire a proprio piacimento e pertanto di caratterizzare e valorizzare al meglio le storie narrate. I pezzi, dal canto loro, perdono rispetto al precedente capitolo un pizzico di dinamismo a favore di una maggiore concentrazione sulle atmosfere e sugli arrangiamenti. Caratteristica questa che semplifica la struttura delle canzoni, mai come oggi lineari e di facile assimilazione, rubandone un pò di profondità e restituendogli una veste sonora comunque appagante e accattivante.
Il risultato è il solito, bellissimo album degli Amorphis. Ispirato, profondo e mai banale, Skyforger è il terzo centro consecutivo della band finnica dopo il mezzo passo falso di Far From The Sun e ci restituisce una formazione che ha ormai il pieno controllo della propria arte. Pur collocandosi (parere personale) un gradino sotto il suo predecessore, questo nuovo disco merita un ascolto approfondito in quanto capace di regalare ogni volta nuove e diverse emozioni. Questo è in fondo ciò che gli Amorphis hanno sempre fatto e che dopo diciassette anni di attività e nove album alle spalle, gli ha permesso (sempre parere personale) di conquistare l'unica forma veramente ambita: quella dell'immortalità nei cuori degli appassionati. May 29 Outrage - Outrageous Songs From 1987 To 2004
Quando tanto tempo fa fui contattato via mail da tale Shinya Tange, un tipo un pò esaltato che mi chiedeva se era possibile inviare il cd della sua band per una recensione, un pò per stare al gioco, un pò per curiosità, accettai la sua proposta. In fondo si trattava soltanto di fare ciò che faccio da qualche anno a questa parte, solo che questa volta, invece che da Vercelli o Pisticci, il cd sarebbe arrivato con un volo intercontinentale direttamente da Nagoya. Diciamo pure che avevo sottovalutato l'intera faccenda e non avevo dato uno sputo di possibilità reale all'effettiva consegna dell'esotico pacchetto. A che pro mandare il proprio lavoro all'altro capo del mondo per una recensione - scritta in una lingua incomprensibile - di una band in quel paese sconosciuta e con una probabilità di distribuzione in quel mercato musicale che - a voler essere ottimisti - rasenta lo zero?
Da vero pivello quale mi sono dimostrato, non avevo tenuto in considerazione la determinazione e la tenacia nipponica e, quando dopo diversi mesi trovai nella mia cassetta postale un pacco grondante caratteri giapponesi e sovrattasse di ogni tipo per il transito negli Stati Uniti e il continuo rimbalzare per le dogane di mezza Europa, stentavo a trattenere lo stupore. Il pacco conteneva un cd musicale, una biografia/discografia cartacea, un altro cd che raccoglieva diverse scansioni e ritagli di giornale in cui si parlava della band e addirittura una foto del gruppo scattata, sviluppata e stampata in maniera "tradizionale"!
Ho poi scoperto che gli Outrage sono uno di quei gruppi che hanno fatto la storia dell'heavy metal in giappone, nati nel lontano 1982 e, tra trionfi e vicissitudini varie, pienamente attivi a livello discografico sino al 2004. In questo arco di tempo la band ha dato alle stampe un numero interminabile di pubblicazioni tra album ufficiali, mini, split, singoli, raccolte, live ed EP. Nel 2007, in occasione delle celebrazioni per i 20 anni di attività (la prima pubblicazione ufficiale risale infatti al 1987), la girandola promozionale ha ricominciato a girare forte di interminabili tour nazionali, compilation e dvd commemorativi, ed è stato proprio alla fine di quel periodo (parliamo di fine 2008) che, probabilmente in preda alla febbre da riflettore, il buon Shinya ha deciso di contattare il sottoscritto. Ora, è necessario specificare che il cd inviatomi consiste in una raccolta auto-compilata dalla band stessa - le canzoni presenti infatti non sono affatto rimasterizzate o sottoposte a qualche tipo di cura particolare e presentano le classiche difformità sonore caratteristiche dei "cd raccolta" che tutti noi prima o poi facciamo - e che il pacco è stato spedito di proprio pugno da Mr. Tange, nonostante la band possa contare su potenti meccanismi promozionali, almeno in patria.
Valli a capire 'sti giapponesi. A questo punto faccio fatica a pensare quale sia la finalità di questa recensione, ma ogni promessa è debito e poi mentirei se dicessi che gli Outrage non sono un pò i miei nuovi eroi.
Parliamo dunque di musica: fieramente autoproclamatisi paladini del crossover metallaro (thrash, heavy, hardcore, stoner e hard rock nel loro ideale bacino d'ispirazione), questi Outrage non sono altro che un gruppo thrash un pò copione. E' infatti palese, almeno a giudicare dai 15 pezzi in mio possesso, che la destinazione sonora del gruppo sia il thrash metal d'annata made in Bay Area. Metallica, Slayer, Testament, Death Angel, Exodus, Forbidden e soprattutto Anthrax sono i modelli su cui è plasmato il sound dei giapponesi. Sound che, fregandosene di tutto e di tutti, ha attraversato gli anni mantenendosi pressochè invariato e ha continuato a pescare un pò a destra e un pò a manca traendo infinita linfa vitale dai classici del genere. Numerose le citazioni dirette o indirette a pezzi immortali come Master Of Puppets, Antisocial, War Ensemble e chi più ne ha più ne metta, illimitati i deja-vu durante l'ascolto. Va detto comunque che gli Outrage ci sanno fare e grazie ad un' ottima tecnica strumentale e un'attitudine pura e genuina riescono a tenere sempre alto il livello di interesse dei loro pezzi, dimostrandosi completamente a loro agio tra ritmiche serrate, riff al fulmicotone, assoli di ottima fattura e adrenaliniche linee vocali. Belle soprattutto le tracce estratte dagli album The Final Day del 1991 (non a caso considerato il loro capolavoro) e Life Until Deaf del 1995 (un altro dei lavori di maggior spessore); tutte le altre si mantengono comunque su livelli più che dignitosi, a parte l'ignobile Deadbeat, targata 2004.
Alla luce di tutto ciò possiamo affermare che se fossero nati in California, gli Outrage sarebbero stati degli ottimi "followers", ovvero un buonissimo gruppo di seconda fascia, ma niente di più; in patria invece sono considerati stelle di prima grandezza. A me stanno simpatici, ma non chiedetemi di dargli un voto. Chissà se in Giappone esiste il detto "la spesa non vale l'impresa"... May 27 Evenoire - I Will Stay
Ho sempre pensato che la leggenda di Azzurrina e del castello di Montebello sarebbe stata perfetta per un concept, o almeno una canzone, per una band d'italica estrazione dedita a sonorità oscure e decadenti: ecco infine gli Evenoire da Milano a togliere questa sensazione dai miei pensieri e sbatterla sullo spartito per dar vita ad un pezzo, intitolato appunto Azzurrina, che apre il loro EP d'esordio intitolato I Will Stay.
Dediti a sonorità che prendono spunto dal calderone del gothic metal sinfonico con voce femminile, i meneghini si tuffano col loro lavoro nelle acque decisamente affollate di un genere che sembra ormai aver detto tutto e il contrario di tutto, e il rischio di venire bollati come l'ennesimo pesce nello stagno è alto. Il gioco però deve valere necessariamente la candela e siamo felici di constatare che questo dischetto contiene diversi punti di forza che, se sviluppati attentamente, potrebbero, in un futuro anche più immediato di quanto non si possa pensare, portare alla band non poche soddisfazioni.
Parliamo innanzitutto di personalità: se la base del sound degli Evenoire è facilmente rintracciabile nei soliti nomi di Within Temptation, Epica e (soprattutto) After Forever, è tuttavia interessante notare che il suo sviluppo viaggia su binari che allontanano il gruppo lombardo dalla loro infinita schiera di cloni e, grazie alla presenza di atmosfere e melodie di estrazione celtic/folk ottenute tramite l'utilizzo del flauto traverso, lo porta in territori sostanzialmente ancora poco esplorati. Tale caratteristica è ravvisabile soprattutto nella titletrack di questo EP, pezzo che forse si discosta leggermente dal resto della produzione ma che evidenzia in modo egregio la peculiarità principale della band.
Altro aspetto da sottolineare è la professionalità con cui è stato confezionato questo CD: dalla produzione all'esecuzione dei brani, tutto lascia trasparire una perizia compostiva/esecutiva e una cura dei dettagli che francamente poche volte ho sentito per un lavoro underground. Un set di suoni nitido e compatto che rende pienamente onore alla prestazione di ciascun componente della band per un ensemble mai sopra le righe e totalmente proiettato nella riuscita di questi quattro pezzi; canzoni che nonostante un minutaggio non proprio contenuto riescono a non perdersi in inutili digressioni sinfoniche o pseudo-progressive e mantengono sempre nitidi i propri contorni, fatti di strutture complesse quanto basta e melodie sempre curate ed orecchiabili. Ennesima carta vincente degli Evenoire è rappresentata dalla voce di Elisa 'Lisy' Stefanoni. La giovane singer (attualmente in forza anche ai Rustless degli ex-Vanadium Tessarin, Mascheroni e Zanolini) dispone di una timbrica cristallina e potente e grazie alle sue ottime doti interpretative dona ad ogni canzone quella marcia in più che solo le cantanti di razza sanno dare, ascoltare per credere i gorgheggi e gli svolazzi vocali su Azzurrina e Aries.
Per quanto riguarda le controindicazioni di questo lavoro, beh, a parere del sottoscritto sono individuabili unicamente in una sezione solistica abbastanza "timida", almeno a livello chitarristico (si potrebbe investire di più in questo senso), e uno stacco di batteria nel primo pezzo tra strofa e ritornello leggermente raffazzonato (in verità mi viene la pelle d'oca ad ogni ascolto...). Si tratta tuttavia del classico pelo nell'uovo perchè, secondo chi scrive, gli Evenoire sono una band assolutamente matura e pronta per un contratto discografico e un album di debutto coi fiocchi. Siamo preparati a ricevere buone notizie. May 26 Manzana - Babies Of Revolution
Che noia questi Manzana.
Non conoscendo la band in questione, il titolo del disco mi aveva fatto pensare a qualcosa tipo The Cult o Backyard Babies e invece mi sono trovato davanti una band pop-rock laccato, leccato e lisciato che qualcuno vorrebbe spacciare per gothic rock o addirittura gothic metal. La musica che questi finnici propongono invece, non ha assolutamente nulla a che spartire col metal e men che meno col gothic in senso lato e anzi, a dirla tutta, non avrebbe nulla a che spartire neanche con un sito come il nostro e invece eccoli qui. E pertanto credo di poter parlare a nome di tutta la redazione dicendo:
Che noia questi Manzana.
Buffo pensare che il successo riscosso in patria da questi quattro tizi col primo album sia stato talmente repentino da indurre loro - o molto più probabilmente chi gli sta dietro - a pubblicarne un altro a meno di un anno di distanza. Eppure la buona musica non manca da quelle parti (inutile far nomi, si farebbe notte)...
Che noia questi Manzana.
Ma cosa troverete in Babies Of Revolution? Se siete proprio sicuri di volerlo sapere, la risposta è: nulla. Piattume assoluto dalla prima all'ultima nota che si traduce nel tentativo assiduo e pedante di ficcare due riffoni pseudo-distorti in croce fino al ritornello (che vorrebbe essere) ultra-catchy e ultra-melodico, il tutto corredato dalla solita elettronica di accompagnamento e dalla voce incolore della cantante Piritta, autrice di una prestazione così anonima che potrebbe essere stata registrata direttamente sotto la doccia mentre pensava ai debiti o alle vacche. E il peggio è che il prodotto, forse per fretta o per apparire più "genuino", non è stato neanche confezionato nel migliore dei modi: una produzione fiacca e vuota toglie al disco i pochi gradi di ascoltabilità che tale materiale poteva concedere e regala al malcapitato ascoltatore di turno ben nove brani (di cui uno ripescato dal primo album, viva l'ispirazione) che cercano, nella forma-canzone sopra descritta, di andare a pescare un pò ovunque nel panorama pop-rock-alternativo odierno ma che non riescono a sembrare altro che banali, insulsi, privi di qualsiasi interesse. L'immagine che mi viene in mente per descriverli è quella di qualcuno che mette tanta carne al fuoco e alla fine si scopre vegetariano. Da qui una considerazione semiseria: nel monicker della band, sostituite la prima lettera con la "P" ed otterrete...
... Che noia questa Panzana. May 25 Disguise - Promo 2008
Dopo la pubblicazione del notevole Late nel 2007, tornano a farsi sentire i Diguise con un lavoro, questo Promo 2008, destinato principalmente ad etichette e 'zines specializzate. Il dischetto in questione contiene la pre-produzione di tre nuovi pezzi che la band ha deciso di pubblicare per mostrare a critica, pubblico e addetti ai lavori (ma credo anche a loro stessi) lo stato di avanzamento dei "lavori in corso" che porteranno presto (si spera) ad un nuovo album.
Quella dei Disguise è una storia in continua evoluzione: partiti da un black metal fortemente sinfonico e dalle sonorità evocative, hanno man mano modificato il proprio sound incorporando una sempre crescente quantità di elementi death che hanno reso il suono sempre più asciutto e tagliente. La sintesi di questo percorso artistico si palesa oggi nei nuovi pezzi messi a disposizione: la musica dei Disguise del 2008/2009 si rivela più che mai compatta, aggressiva e potente e, sebbene questo promo si vada a configurare come il classico "lavoro di transizione", non si fa fatica ad immaginarsi il prossimo full-lenght come naturale prosecuzione/evoluzione del già citato Late. L'attacco è di quelli che non lasciano spazio a dubbi o tentennamenti: To Dominate parte alla grande con un furioso assalto Black/Death e prosegue con la classica struttura articolata e dinamica che la band usa imprimere ai propri pezzi. Sin dai primissimi minuti è possibile notare come il caratteristico riffing secco e nervoso delle chitarre di Dei Nuntius Mortis sia volto a creare un wall of sound quanto mai granitico e dal taglio moderno, in un'accezione che attualmente si rifà più al death che al black metal. Nuovi punti di riferimento per il sound possono essere ricercati nei Behemoth (per le parti più tirate) e nei Satyricon attuali, soprattutto laddove i tempi di esecuzione si fanno medio-veloci e affiorano elementi ritmici squisitamente thrash (pensiamo soprattutto ai primi Celtic Frost, Bathory e Venom). Chiaro esempio di quanto detto è la seconda Claustrophobic Fate, pezzo che più si discosta dal black metal propriamente detto: capacità innata del combo pugliese però, è quella di tingere di nero qualsiasi cosa esca dal proprio spartito, tanto da non lasciare dubbio alcuno sulle finalità della propria musica. Compendio e manifesto di tale filosofia è infatti la conclusiva The Unknown, che unisce tutti gli elementi sinora decritti in un quadro impressionante per struttura, compattezza e violenza. In questo pezzo risalta più che negli altri il lavoro delle tastiere di Carnifex, impegnate oggi a creare tappeti e atmosfere oscure e claustrofobiche più che (neo)classiche fughe e variazioni sul tema, mentre bisogna constatare con dispiacere che nonostante un'ottima produzione risulta difficile distinguere il basso di Vexator, il cui suono in Late era uno dei più belli e azzeccati in ambito black degli ultimi anni.
Come sempre sugli scudi il drumming tecnico, dinamico e terremotante di Aiwass e la prestazione di Vastator Mentis, il cui lavoro ai microfoni si distingue per potenza e intelligibilità in virtù di uno screaming cupo e profondo che si avvicina al growling più classico senza mai raggiungerlo del tutto.
Come già detto in precedenza, questo promo risulta sin dalle sue primigenie intenzioni un lavoro di transizione e assestamento su sonorità che andremo ad ascoltare in una forma più completa e compiuta sul prossimo album dei Disguise, pertanto un giudizio numerico non sarebbe pertinente quanto quello dato, dopo l'ascolto di questi tre pezzi, dall'ansia e l'attesa per il prossimo full-lenght. Non fateci aspettare troppo però... April 28 Dewfall - V.I.T.R.I.O.L.
Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem. Non sono diventato alchimista, latinista, enigmista o tantomeno pazzo, poichè tale incipit non è altro che l'espansione dell'acronimo che dà il nome al primo parto sulla lunga distanza dei Dewfall, giovane combo barese già distintosi nel 2004 con la pubblicazione di Legacy Of Soul..., demo d'esordio che tanti consensi aveva raccolto tra la critica specializzata. Da allora ne è passata d' acqua sotto i ponti, e oggi la band si ritrova rivoluzionata nella line-up (sono cambiati batterista, chitarrista e cantante) e nelle sonorità: dal fulgido heavy metal di base, il sound si è evoluto in più direzioni andando ad inglobare elementi power, sconfinamenti in territori prettamente estremi e concessioni a momenti più dilatati e progressivi, il tutto riconducibile ad un carattere fortemente epico e battagliero e uno spirito melodico sempre ben presente. Nel calderone dei Dewfall si trovano quindi a ribollire heavy, power, thrash, death, epic, prog e un pizzico di black per un dare vita ad un sound la cui unica etichetta possibile sarebbe quella di "Total Metal": totale infatti è l'attitudine metallica dei quattro e totalizzante è l'approccio alla materia che non lascia scampo a pensieri, sensazioni, atmosfere ed emozioni alcune che non siano forgiate nell'acciaio, nel cuore prima ancora che nel cervello, nello stomaco prima che in testa. Il risultato è un disco straripante per idee, sonorità e arrangiamenti; la musica contenuta in V.I.T.R.I.O.L. risulta estremamente sfaccettata, policroma complessa e allo stesso tempo passionale, granitica e accattivante. Il merito è da attribuire innanzitutto alla cura riposta nel songwriting, sempre fresco, ispirato e brillante, e poi all'esecuzione dei pezzi che sono resi con successo grazie ad una prestazione precisa e compatta, nobilitata non tanto dalla tecnica espressa (la fase solistica ad esempio è ancora parecchio migliorabile) ma dalla capacità dei musicisti di arrivare all'anima dei pezzi e capirne le necessità espressive. Una sensibilità artistica che unita ad un'ottima produzione restituisce un suono che è costantemente a fuoco e mai uguale a sè stesso. Caratteristica interessante e "vincente" della band è l'uso della doppia voce, che dona ai pezzi maggiore profondità e varietà d'espressione: nei momenti più tirati ed estremi sono gli scream e i growl di Flavio Lorè (impegnato anche al basso) a salire in cattedra, mentre nei passaggi più prettamente melodici e power-oriented è il giovanissimo Matteo Capasso (secondo chitarrista) a farsi sentire in virtù di una gran voce, ancora relativamente grezza e poco lavorata, ma capace di toccare notevoli vette dickinsoniane, decisamente non male per un diciassettenne. Illuminante di quanto detto sinora è l'avvio del disco, affidato alle roboanti Free Entrance To Hell e Forever Ghost, che nei loro dieci minuti di durata totale mettono in tavola tutti (o quasi) gli elementi sopra descritti e passano in rassegna sferzate thrash-death, riffing serrato e succulente aperture power, il tutto accompagnato da azzeccatissime armonizzazioni chitarristiche e una manciata di pregevoli assoli. Il resto della tracklist viaggia più o meno sugli stessi (alti) livelli, passando per la forte epicità di pezzi quali In The Shadow Of Ragnarok o la notevole Black Solitude, le grandi melodie e l'atmosfera intima di Comfort Of A Night Rain, le rasoiate della taglientissima Ravens Of The Frost e la pacchianeria (perchè no) di Skeleton's Rising. L'unico appunto che si potrebbe fare ai Dewfall è naturale conseguenza di tanta abbondanza e tanta carne al fuoco: in alcuni momenti infatti viene a mancare un pò di sintesi e i ragazzi si lasciano prendere la mano allungando ingenuamente il brodo e rendendo così il minutaggio complessivo abbastanza elevato (quasi un'ora per un totale di nove pezzi); si tratta tuttavia di un peccato assolutamente veniale e comprensibile alla luce di tante idee e tanta passione (avercene...). Concludo infine consigliando l'ascolto di questo V.I.T.R.I.O.L. praticamente a tutti coloro che hanno anche solo un piccolo motivo per navigare tra le pagine di un sito come il nostro; quale che sia il vostro "metallo preferito", con i Dewfall troverete pane per i vostri denti. February 19 Private Kill - No Fear
Ci sono band che conquistano l'attenzione prima ancora di arrivare al fatidico passaggio del lettore ottico. Ci sono gruppi che, grazie ad un artwork particolarmente intrigante, una biografia insolitamente completa o in generale una presentazione ben studiata ed attraente, riescono ad alzare di molto le aspettative riguardo al proprio lavoro. Alcuni di questi poi sono in grado, appena fatto il trionfale ingresso nello stereo, di mandare in frantumi le aspettative e le belle speranze create in precedenza.
Questo fortunatamente non è il caso dei Private Kill. No Fear, EP d'esordio della band barese, si accompagna ad una delle migliori auto-presentazioni che mi sia capitato di osservare e anzi, se la memoria non mi inganna, direi che sono a cospetto della migliore in assoluto fino a questo momento. Dai motivi che hanno portato alla scelta del proprio monicker all'esplicazione track by track delle esigenze emotive ed artistiche che hanno ispirato le canzoni; dal compendio sull'uso delle maschere on stage all'illustrazione della filosofia del progetto dei 6 "killers", tutto è descritto con passione e grande cura dei dettagli. A tal proposito non voglio anticipare niente per non rovinare il piacere della sorpresa a chiunque voglia avvicinarsi alla band (e per non scadere nello sterile esercizio di millantazione di conoscenze che non mi appartengono), vi basti sapere che l'universo dei Private Kill è profondo e affascinante, oscuro e complesso, e la loro musica ne è solo una parte.
La musica, appunto: ciò che il gruppo intende perseguire sotto il profilo artistico è la creazione di uno stile unico e personale, che riecheggia nella concezione moderna dell'hard rock e dell'heavy metal. Per semplificare il quadro, la biografia riporta i nomi di Linkin Park, Alterbridge, Breaking Benjamin, Rage Against The Machine e 3 Days Grace, mentre dall'ascolto del cd emerge quella che a parere del sottoscritto è un'evidenza diversa: dei nomi appena citati c'è qualche riff ma non ci sono le strutture, non ci sono le cadenze e neanche le accordature. Chitarre ribassate si, ma fino al limite consentito dall'ugola di Rachel O' Neill, dotato di una grana vocale alquanto "Bonjoviana", ed è proprio questo aspetto che a mio avviso consente alla band di ritagliarsi uno spazio proprio e inviolabile nel marasma sonoro delineato dalle band sopracitate: lasciandosi sedurre dalla modernità in modo relativamente nuovo e non convenzionale, i Private Kill individuano il cuore pulsante del proprio sound nella melodia, e prendendo le mosse da certo hard rock ottantiano, si fanno carico di rivestirla dei suoni duri e scintillanti del nuovo millennio, dando vita così ad un sound mutevole e in continua evoluzione che arriva a toccare lidi alternativi, in alcuni punti prossimi al nu-metal, in altri addirittura all'emo.
Il risultato è un platter di sette tracce ispirato, eterogeneo e multiforme che mantenendo ben salda la ragione melodica dei pezzi riesce, grazie alla sperimentazione e alla ricerca sonora, ad innestarvi tutti quegli elementi di modernità che ne caratterizzano il sound. Si passa così dal riffone che spezza la strofa ed introduce un estemporaneo breakdown al sapiente uso di tastiere, synth, elettronica ed effettistiche varie che sottolineano e "colorano" i motivi chitarristici e vocali di ogni pezzo, diventandone a volta protagonisti.
Tra i pezzi migliori del lotto, testimoni dello scontro tra le diverse anime e influenze che danno vita alla musica dei Private Kill, abbiamo I Can't Wait, Tears Like Rain, No Fear e The Last Prayer. Da un lato, le prime due stanno ad indicare la genesi, il punto di partenza e il cuore classicamente hard rock della band (I Can't Wait suona come un aggiornamento al nuovo millennio di una certa Slave To The Grind mentre Tears Like Rain eredita la tradizione delle ballatone ottantiane di gruppi come Tesla e Steelheart); dall'altro si ritrovano la voglia di sperimentare, di creare qualcosa di proprio, di plasmare un personale concetto di musica moderna. Nel mezzo ci sono canzoni come Slippin' Away e On The Edge che vanno ad inserirsi e a completare lo spettro sonoro proiettato dalla band, che nella sua ampiezza e nelle sue progressioni non mancherà di soddisfare i più disparati tipi di ascoltatore.
Per quanto detto sinora, per dare ai lettori un assaggio del mondo Private Kill, mi sembra doveroso concludere la recensione con le stesse parole della band che, per quanto altisonanti, non sono distanti dal vero; sarà pratica privata poi giudicare, riflettere, pontificare. Ma soprattutto -spero- ascoltare:
Private Kill e' un nuovo suono.
Nato in silenzio ed esploso in un suono duro con venature elettroniche. Private Kill e' un'idea di musica non originale. Non innovativa, e' unica. Una realta' che spiazzera' l'ascoltatore. Private Kill e' un nuovo modo di intendere il Rock. January 31 Deathstars - Night Electric Night
Con il nuovo Night Electric Night, i Deathstars raggiungono l' importante traguardo del terzo album. Non che dal primo sia cambiato molto - sia a livello musicale che puramente estetico - e questo la dice lunga sulla formuletta vincente che i furbi "deathglammers" svedesi continuano a riproporre disco dopo disco, formula che mescola un pò di Rammstein, un pò di Rob Zombie solista, un pizzico leggero leggero di Marylin Manson e una buona dose di melodie ottantiane facili e di grande presa.
Le cose hanno funzionato abbastanza bene con Synthetic Generation del 2002, molto bene con Termination Bliss del 2006, perchè cambiare per il nuovo disco? E infatti squadra che vince non si tocca; se già conoscete questa band sapete esattamente cosa aspettarvi: rock-metal industrialoide, elettronico e darkeggiante, canzoni di facile ascolto e malcelate (ma neanche tanto) pretese da dance-floor. C'è da dire comunque che i nostri ci sanno fare e ancora una volta il lavoro del gruppo si rivela indovinato sotto tutti i punti di vista; dalla composizione alla produzione di queste undici canzoni tutto gira per il verso giusto e Night Electric Night scorre via liscio come l'olio tra momenti buoni, momenti esaltanti e qualche fase di stanca.
A dire il vero, ad un ascolto più attento è possibile scorgere anche qualche piccolo elemento di innovazione del sound, corrispondente ad un'atmosfera più marcatamente goth, ottenuta grazie ad un sapiente uso delle orchestrazioni di tastiera, l'inserimento di sporadici cori femmili e un mood generalmente più cupo e oscuro del solito, atto a creare sensazioni fumose e notturne che permeano il disco per tutta la sua durata. E stando alle parole di Nightmare Industries, chitarrista, compositore e produttore della band, sono proprio la notte metropolitana, le luci della città che dorme e le vicende di vita e morte che vi si consumano le ispirazioni principali per la composizione del platter, che contiene anche un personale omaggio - la ballad nera Via The End - del chitarrista a suo fratello Jon Nodtveidt (Dissection), morto suicida il 16 Agosto 2006.
Oscuro, solido e variegato, Night Electric Night si lascia ascoltare più che bene, al suo interno fanno capolino pezzi brillanti come la titletrack, la seriosa The Mark Of The Gun o ancora la ruffianissima The Fuel Ignites; più in generale si può dire che chi va in cerca di chitarroni corposi, bassi che pompano a tutto spiano, voci perverse e suadenti (il singer Whiplasher, grazie anche a qualche artificio di produzione, è letteralmente disumano) e deliziosi beat elettronici, troverà pane per i propri denti. Certo alla lunga l'album mostra un pò il fianco alla ripetitività - Blood Staines Blondes ad esempio assomiglia in maniera preoccupante al singolone Death Dies Hard - ma questo non sembra essere un problema per i Deathstars, che continuano a snocciolare le loro potenziali hit nella più impunita ed autoreverenziale ruffianeria.
Buona (anche) la terza... January 20 Infecthead - Cyberfuckturing
"I nostri dei sono ora le macchine". E' con questa lapidaria ed apocalittica quarta di copertina che gli Infecthead annunciano il proprio incubo sonoro intitolato Cyberfuckturing, una demo autoprodotta composta da cinque pezzi (tre canzoni più una intro e un intermezzo) malati e violenti, legati da un concept volto alla celebrazione dell'olocausto biotecnologico in un futuro tanto prossimo quanto inevitabile.
Provenienti dalla provincia di Bari, i quattro ragazzi che compongono la band non sono nuovi alle esperienze di composizione e registrazione (ognuno di loro milita o ha militato in gruppi già esistenti da diversi anni), e questo si riflette in un personalissimo sound poderoso ed abbastanza articolato, caratterizzato da una produzione fredda e sporca che centra l'obiettivo della creazione di atmosfere alienanti e scenari da inferno cybernetico su cui si stagliano tre pezzi dalle sonorità ibride, ottenute mescolando il grind elettronico ed industriale dei The Berzerker, il death metal tecnico e brutale di band come Decapitated e Suffocation e i breakdown carichi di groove di certo deathcore moderno. Il risultato, pur se affascinante, appare a volte incerto in quanto la mistione di elementi così disparati non è sempre coesa come ci si aspetterebbe: gli elementi elettronici ed effettistiche varie ad esempio, sono relegati alle code più o meno lunghe che caratterizzano i pezzi (parliamo in particolare di Bioshock e Mean Hunt) e non sembrano mai elementi peculiari nella struttura o negli arrangiamenti, col risultato che la parte "cyber" della musica degli Infecthead risulta abbastanza staccata dalla parte "metal".
Il problema tuttavia non influisce più di tanto sulla resa delle canzoni, che si esaltano invece nell'alternanza di passaggi brutali e momenti più groovy eseguiti con un approccio tecnico e deciso che mette in evidenza i pattern meccanici della batteria di Vlady Fumaroli e la buona varietà di riff (memorabile quello posto in apertura della titletrack) e fraseggi della sei corde di Giovanni Cirielli, chitarrista essenziale ma completo, almeno per ciò che compete il genere (i generi?) suonato. Davvero notevole inoltre la prestazione deitro al microfono del giovane Antonio Caggese (attualmente in forza ai più quotati Reality Grey), un ragazzo dotato di una potenza vocale spaventosa, unita ad una buona varietà di registri. A completare il quadro troviamo le inaspettate aperture melodiche che fanno capolino nelle già citate Mean Hunt - un passaggio di voci pulite tanto inattese quanto azzeccate - e Bioshock - una chiusura ad effetto affidata a poche suggestive note di pianoforte - e aggiungono ulteriore carne al fuoco al sound degli Infecthead.
Una demo in conclusione decisamente interessante, che presenta nel migliore dei modi una nuova realtà dell'underground metallico pugliese dal notevole potenziale, una band che cerca di offrire una visione del death metal variegata e personale per quanto ancora leggermente acerba: un piccolo difetto di mescola che se perfezionato porterà (si spera) grandi soddisfazioni. January 15 Cream Pie - Dirty Job
Rock is a "Dirty Job"... But someone's gotta do it!
Sono poche parole, ma le uniche veramente necessarie a descrivere questo disco. Biondona in copertina, look stradaiolo anni '80, una serie di canzoni dai titoli più o meno espliciti come Whore, Zip It e Hot Sensation da una parte, rock 'n' roll diretto, sleazy e metallico dall'altra e il "lavoro sporco" di cui sopra è fatto.
La prima prova su lunga distanza dei baresi Cream Pie si consuma velocemente nell'arco dei suoi quaranta minuti abbondanti di musica bruciando tra i solchi roventi impressi da una manciata di pezzi graffianti, elettrici e scintillanti.
Gli anni '80 non se ne sono mai andati. Los Angeles, il suo Sunset Boulevard, il Whisky A Go-Go, i Motley Crue e i Guns N' Roses sono immagini vivide nelle musica della band, che tuttavia evita abilmente il tranello della nostalgia e dell'anacronismo mettendoci del suo per risultare, se non originale (mission impossible all'interno del genere), il più personale e credibile possibile. Troviamo così a fianco alle melodie, agli hooks chitarristici ed alle atmosfere tipicamente hard rock a stelle e striscie, una scrittura e delle distorsioni che sconfinano più volte nel metal e un'attitudine smaccatamente in your face dai risvolti quasi punk. Undici canzoni, undici cazzotti in faccia, nessuna concessione al miele, al romanticismo, o peggio ancora, alla noia. I riff ficcanti di Long Leader, il refrain arioso di Whore, la rabbia di Hungry For Mayhem, tutti toccasana per gli appassionati del genere che in quest'album troveranno pane per i loro denti.
I principali limiti - peccati assolutamente veniali - di questo Dirty Job arrivano da una produzione (a cura della band stessa) che a volte "sgonfia" leggermente il sound frenandone la carica e l'energia sprigionata e un singer (attualmente rimpiazzato) che nonostante una buonissima prova, tende a fare un pò troppo il verso a Vince Neil, perdendo a tratti un in spontaneità. A testimonianza del valore della band comunque interviene un tour americano di discreto successo intrapreso nel 2008, che ha toccato i principali stati del sud del paese e ha lasciato i cinque ragazzacci con un arrivederci per un altro tour pianificato per il 2009, questa volta tra east e west coast. Speriamo che la conquista della terra promessa del rock non corrisponda alla classica situazione da "nemo propheta in patria", anche se immagino che ai Cream Pie non importi poi così tanto. Recentemente infatti sono stati avviati i rapporti con una label d'oltremanica quindi non ci resta che augurare alla band un futuro roseo e di mantenere salda l'accoppiata sex & rock n' roll. January 13 Queensryche - Queensryche
La storia dei Queensryche è la classica storia di ogni band che per arrivare al successo è dovuta passare attraverso mille difficoltà, rifiuti, gavette, cambi di formazione e situazioni in cui bisognava mettere in campo tutta la propria "arte di arrangiarsi". Contrariamente a quanto qualcuno si ostina a credere, un destino straordinario è tutt'altro che scritto nelle stelle e va costruito passo dopo passo con lavoro, fatica e sudore.
Cross+Fire: La storia comincia da qui. Nella Seattle dei primissimi anni '80 Michael Wilton e Scott Rockenfield si divertivano a suonare cover di Iron Maiden e Judas Priest con i loro amici, fin quando non decisero di cominciare a "fare sul serio" e scrivere pezzi propri. Nacquero così, con l'arrivo di Eddie Jackson e Chris De Garmo, i The Mob. Per poter partecipare ad un rock festival locale, la band, ancora senza cantante, contattò un certo Geoff Tate, allora singer di un gruppo chiamato Babylon. Dopo alcuni show con i The Mob, Tate abbandonò visto il suo scarso interesse per l'heavy metal. I The Mob si trovarono così ancora una volta senza cantante ma, determinati a continuare la propria avventura, decisero nel 1981 di registrare il proprio demo tape. Fu richiamato all'ovile Geoff Tate, accasatosi intanto presso i Myth, e nelle ore notturne, quando le tariffe della sala di registrazione erano più basse, quattro pezzi - Queen Of The Reich, Nightrider, Blinded e The Lady Wore Black - videro la luce. Scoraggiato dal rifiuto delle varie etichette a cui la band aveva sottoposto il demo, Tate lasciò i The Mob per la seconda volta e tornò ai suoi Myth.
La band intanto cambiò il proprio nome in Queensryche (da una storpiatura del titolo della loro Queen Of The Reich) e continuò a far circolare il demo tra gli addetti ai lavori, presso i quali riscosse un buon successo culminato con una generosa recensione su Kerrang!. Rincuorati dall'attenzione crescente che li circondava, i Queensryche pubblicarono il loro EP, intitolato Queen Of The Reich, per la propria etichetta (fondata per l'occasione) 206 Records. Attirato dalle sirene dell'ancora esiguo successo, Geoff Tate lasciò i Myth e accettò di diventare definitivamente il cantante dei Queensryche. In quell'anno (1983) La band firmò un prestigioso contratto per 7 album con la EMI America e ripubblicò sotto la nuova etichetta il proprio demo col titolo Queensryche.
Il resto è storia. A documentare i primi anni di vita dei 'Ryche rimangono dunque quattro pezzi che testimoniano l'amore della band per l'heavy metal inglese che in quegli anni aveva travolto l'America incendiando parecchi cuori (due sbarbatelli chiamati James Hetfield e Lars Ulrich ne sono l'esempio più lampante) e dando vita ad un'emorragia metallica che non si sarebbe più arrestata. I Queensryche negli anni successivi ne incarneranno il lato più raffinato e sofisticato, ma nel 1983 bisogna "accontentarsi" delle loro cavalcate metalliche, delle loro rasoiate chitarristiche in puro stile Judas Priest e delle sferzate elettriche che caratterizzano pezzi ancora acerbi ma sicuramente interessanti come Queen Of The Reich e Nightrider. La grinta, l'energia, ed una buona tecnica di base riescono a coprire la pur evidente mancanza di personalità del giovane gruppo, ma gli intrecci delle sei corde di Wilton e De Garmo e soprattutto la spaventosa estensione vocale di un imberbe Geoff Tate riescono a donare una marcia in più a questo lavoro, che suona come un genuino urlo di passione, di voglia di spaccare il mondo a suon di schitarrate.
Dei Queensryche che daranno alle stampe capolavori epocali come Operation: Mindcrime e Promised Land qui non c'è ancora traccia, anche se nell'ultimo pezzo The Lady Wore Black viene messa in mostra una certa teatralità che rende questa power ballad tutt'ora una delle canzoni più amate dai fan di lunga data e la tendenza a stupire con notevoli colpi di coda piazzati alla fine dei propri lavori: restate sintonizzati.
Non c'è molto altro da dire a proposito di questo EP, chiudo pertanto con una curiosità: in una recente intervista, Tate ha ricordato un episodio in cui sua figlia, ancora bambina, rovistando tra il vecchio materiale della band tenuto in casa, ha scovato il video promozionale per Nightrider. Dopo averlo guardato si è fiondata contro il padre in lacrime urlando che non lo voleva più come papà. Alla richiesta di spiegazioni di Geoff, la bimba ha sbraitato: "Non voglio un papà che indossa fuseaux rosa!"
Come darle torto:
PS: qualche anno più tardi, nel 1988, Queensryche è stato ristampato dalla EMI con l'aggiunta del brano Prophecy, outtake delle sessioni di registrazione di Rage For Order. Per non intaccarne lo spirito originario, è stata mantenuta la versione primigenia dei pezzi nonostante la casa discografica avesse espresso l'intenzione di "ritoccarli".
November 26 Waltari - The 2nd Decade – In The Cradle
Non c'è mai molto da dire a proposito di best of, compilation e raccolte in genere, soprattutto se come in questo caso non sono volte alla copertura dell'intera discografia di una band. The 2nd Decade – In The Cradle è infatti il secondo capitolo di un'antologia cominciata nel 2006 con The Early Years e -come suggerito dallo stesso titolo- raccoglie il meglio della produzione dei Waltari nella seconda decade della loro esistenza.
Da sempre dedito all'eclettismo sonoro e all'assoluta libertà compositiva, il gruppo finlandese ha spaziato, e continua tuttora a farlo, tra una miriade di sonorità mescolando rock, pop, metal, funky, elettronica e chi più ne ha più ne metta, guadagnandosi il titolo di "Faith No More europei". La fotografia che il leader Kärtsy Hatakka si auto-scatta in quest'occasione lo ritrae alle prese con una manciata di pezzi dal feeling particolarmente tamarro e godereccio, che su una base che si potrebbe definire "alternative metal" innestano fraseggi chitarristici squisitamente rock, ritornelli pop di grande presa e melodie immediate ed arricchite da un substrato elettronico sempre ben calibrato. L'ascolto ne risulta particolarmente fluido e piacevole e restituisce alla tracklist una certa continuità logica piuttosto che temporale, evitando quella fastidiosa sensazione di spezzettamento che molte volte affiora nelle raccolte di questo genere.
Completano il disco alcune versioni remixate, live e unplugged di vecchi pezzi e una nuova canzone che anticipa il prossimo disco della band, quella In The Cradle che denota la volontà dei finnici di proseguire sul sentiero tracciato con i buonissimi Blood Sample e Release Date. Ribadendo la sostanziale inutilità del dischetto in questione, colgo comunque l'occasione per consigliare a tutti coloro che ancora non conoscessero i Waltari di colmare questa lacuna; la loro discografia è nutritissima e si può benissimo cominciare pescando a caso tra le loro quattordici (!) pubblicazioni ufficiali. E se proprio si vuole dare un'opportunità a questa raccolta, che almeno lo si faccia in accoppiata con The Early Years. October 18 Warnerve - Face of God
Non si può certo dire che ai Warnerve non piaccia fare le cose in grande, almeno nelle intenzioni: un disco intotolato al "viso di Dio" (Face of God), al suo interno un mini-concept ispirato niente meno che a 2001: Odissea Nello Spazio (grande successo letterario di Clarke prima, enorme successo cinematografico di Kubrick poi), e una roboante auto-definizione che porta il nome di "Ultra Heavy Stoner Rock".
"Niente male davvero" è stato il mio primo pensiero a riguardo, "davvero niente male" l'ultimo. La sensazione di trovarsi qualcosa di buono tra le mani si concretizza alla fine dell'ascolto in quel senso di appagamento e soddisfazione che qualunque scribacchino si auspica all'atto di inserire il cd nel lettore, e fortunatamente questo è il caso.
Ma procediamo con ordine: Face of God è il secondo cd autoprodotto dal combo valdostano e segue a quattro anni di distanza No One Survives, lavoro nato dopo anni di tribolazioni, cambiamenti di line-up e di idee musicali. La prima incarnazione della band è chiamata infatti Thrash Or Die (vi lascio immaginare la sua proposta musicale) e il lungo processo di crescita e mutamento porta i 4 dalle spiagge della Bay Area ai deserti Texani, lasciando alla nuova creatura Warnerve il retaggio di una forma espressiva dura e pesante. Cos'è questo Ultra Heavy Stoner Rock allora? Beh, stando a quanto sentito in Face of God, si tratta di una sorta di heavy-stoner rock metallizzato all'ennesima potenza. Pensate ad un incrocio tra i seminali Kyuss, i primi Queens of the Stone Age e gli Slough Feg più epici, con l'aggiunta di una manciata di Pantera ed un pizzico di Hawkwind e ci siete vicini: chitarre grasse, grassissime, una buona varietà ritmica (che tuttavia non diventa mai troppo lenta o troppo veloce, tranne che nel caso di Monolith) una voce roca al punto giusto e un insieme di atmosfere che tra questo mondo e l'altro suggeriscono contemplazione. Alla vastità del deserto si aggiunge l'immensità cosmica, alle rocce arroventate dal sole fanno eco meteore ed asteroidi, alla sabbia si mescola la polvere di stelle. Il tutto prende vita in un corpo musicale fragoroso e quanto mai multiforme, capace di palesarsi in fogge che spaziano dall'aggressività metallara alla lisergia stoner senza soluzione di continuità.
I dieci pezzi che compongono il disco si presentano quanto mai variegati, ispirati e consistenti e creano un ascolto coeso e capace di rivelare nuovi particolari ad ogni iterazione. Tra i migliori segnaliamo Itaca, Failed e Beyond the Infinite, strumentale quest'ultima che tradisce un'esuberanza compositiva che a tratti la band stenta a controllare: peccato veniale che sommato ad una produzione non proprio perfetta (ma ricordiamo che si tratta pur sempre di un'autoproduzione) costituisce il prinicpale difetto del platter. Ma è davvero poca cosa se paragonato alla soddisfazione di cui parlavo in apertura, indi per cui l'ascolto è consigliato praticamente a tutti, chissà che l'Ultra Heavy Stoner Rock non diventi il vostro nuovo genere preferito... |
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