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    February 15

    Death - Scream Bloody Gore

     

     
    Acerbo, ingenuo, grezzo e spigloloso, Scream Bloody Gore si abbattette nel panorama heavy metal degli anni ottanta con gli effetti devastanti di un uragano. L'opera prima dei Death, band floridiana capitanata dal compianto Chuck Schuldiner, è uno di quei dischi che al di là del proprio valore intrinseco acquisiscono importanza fondamentale perchè capostipiti di un nuovo genere, portatori sani del morbo dell'innovazione, untori di una nuova malattia musicale di cui il mondo non può fare a meno di ammalarsi.
     
    Il Death metal parte da qui. Anche se esiste una corrente di pensiero pronta ad assegnare la paternità del genere ai Possessed e al loro Seven Churches, ritengo personalmente che il primo, vero, fulgido esempio di "metallo della morte" sia contenuto nei solchi dell'esordio discografico del combo di Long island. Perchè mentre Seven Churches restava legato a doppio filo al thrash metal degli Slayer, Scream Bloody Gore dimostrava che si poteva suonare in maniera persino più violenta. Perchè i Death avevano appena fatto capire al mondo metallico che si poteva essere musicalmente ancora più malvagi di Venom e Celtic Frost. E ancora più rumorosi di Sodom e Kreator. E perchè uno dei tratti distintivi del genere, il cantato in stile growling, è stato sperimentato per la primissima volta proprio in quest'occasione. Non vi basta? Aggiungeteci allora un'iconografia visiva e lirica incentrata su morti, squartamenti, sangue, ossa, cadaveri e putrefazione ed otterrete l'archetipo del Death metal, vademecum irrinunciabile ripreso ed ampliato in seguito da band che oggi si considerano fondamentali per il genere come Morbid Angel, Obituary o Sepultura.
     
    "Thrash metal da macellai", era questo l'epiteto che un mondo musicale ancora impreparato al tremendo impatto della nuova corrente metallica affibbiava a tale musica. E il macello sonoro sprigionato nei 37 minuti di Scream Bloody Gore non conosceva pause, incertezze o cedimenti. L'heavy metal, che mai prima di allora si era mostrato così ferino, lacerante e violento, raggiungeva nei dieci pezzi dell'album la sua forma più corrotta, sporca ed impura. Un punto di non ritorno che porterà ad evoluzioni estreme che oggi tutti conosciamo e tendiamo a dare per scontate, ma che nel 1987 assumevano la forma di una bestia strana e pericolosa, tanto affascinante quanto repellente. Canzoni come Infernal Death o Baptized In Blood, pezzi celebri come Zombie Ritual o Torn To Pieces non sono certamente caratterizzati da un brillante songwriting o da una strabiliante esecuzione tecnica -anzi a dirla tutta le composizioni appaiono ad un primo ascolto confuse, fracassone e tutte uguali- ma se qualsiasi death metal band al mondo le ha provate almeno una volta in garage un motivo ci sarà. Sarà che le ritmiche di batteria e chitarra sono talmente elementari da rendersi appetibili a tutti coloro che muovono i primi passi nella musica? Sarà che i cambi di tempo sono spontamente lerci e per questo meno spaventosi di quanto potrebbero apparire? Sarà che gli assoli di chitarra sono sparati caoticamente nel mezzo? Sarà, ma mi piace pensare che la furia sprigionata da quei pezzi, la carica incendiaria di pochi e ripetuti accordi messi in croce a velocità esagerate, la rabbia incontenibile di un cantato istintivo e selvaggio siano in grado di arrivare al cuore di chi nella musica cerca genuinità, ardore e passione.
     
    Scream Bloody Gore rappresenta una promessa: la promessa che da quel momento in poi niente sarà più come prima, la promessa di una continua e strabiliante evoluzione del metal estremo, la promessa personale che il mitico Chuck Schuldiner fa alla musica e a chi la ama. E tutti quelli che non si sono lasciati spaventare dalla forza d'urto del nascente death metal e dalla soglia della cacofonia che avanzava sempre più pericolosamente, tutti coloro i quali sono stati disposti a credere in quella promessa, sono stati ripagati con capolavori inestimabili come Leprosy, Human o Symbolic, album molto diversi tra loro, ma legati indissolubilmente dal genio straordinario di un artista che al giorno d'oggi manca al mondo del metal forse come nessun altro. Per tutti questi motivi, e forse per mille altri da ricercarsi esclusivamente nell'individualità e nella sensibilità di ogni ascoltatore, Scream Bloody Gore è un disco dal valore inestimabile.
    September 06

    Metallica - ...And Justice for All

     

    Metallica: rockstar viziate, straricche, ed ormai in rotazione fissa su MTV. Ormai siamo abituati a vederli cosi'.
    Macchè, i Metallica non sono mai stati questo. Almeno fino alla pubblicazione di quel maledetto Black Album.
    Facciamo un salto indietro fino al 1988, anno che per molti segna la fine della carriera dei four horsemen, e cosa troviamo? Un monolite di metallo tosto, cattivo e suonato con le palle. L'album concettualmente più violento dei 4 di Frisco. Una mazzata nei denti a tutta la Bay Area...And Justice for All.
    Ormai completamente a proprio agio nel plasmare la materia Thrash Metal, dopo tre furenti capolavori, i 'Tallica corressero il tiro verso un tipo di musica più meditata e dal piglio più tecnico, ma non per questo meno letale di quanto era stato fatto in precedenza.
    E le 9 nuove canzoni sono li a dimostrarlo. L'apertura in fade in di Blackened è di quelle che non lasciano scampo: parte il riff scandito da colpi di rullante secchi come martellate sul granito. La ritmica trascina in un'orgia di watt che rende questa una delle thrash metal song più belle di sempre.
    La tensione non accenna a calare nella lunghissima titletrack che con la sua struttura stop 'n go è una vera delizia per i nostri metallici timpani.
    Le velocità si abbassano e i riff si fanno sempre più intersecati e stratificati in Eye of the beholder, canzone che oserei definire "cervellotica"; è il preludio ad uno dei grandi classici della band: One.
    La song in questione, immancabile in ogni concerto, segna anche il debutto dei Metallica nel mondo dei video musicali: guardare per credere, semplicemente agghiacciante. La struttura della canzone è quella di capolavori passati quali Fade to black e Sanitarium, con una prima parte melodica ed angosciante ed una seconda in cui si scatena l'inferno; l'assolo di Hammett è da brividi, ci si ritrova impotenti sotto la pioggia di note sparate a raffica dal talentuoso chitarrista. Che pezzo...
    La sezione ritmica si mette in evidenza nella successiva The shortest straw veloce e compatta ma leggermente al di sotto di quanto sentito fin'ora. Non fa niente, la prossima canzone è un altro classico: Harvester of sorrow.
    Un Mid-tempo cattivissimo in cui la voce di Hetfield diventa una corda sottile eppure rassicurante che tiene legato il macigno che sembra debba caderci addosso da un momento all'altro. Sono questi i "nuovi" Metallica: meno veloci e furiosi, ma capaci di sprigionare una potenza ed una cattiveria indicibili impugnando armi diverse, come la tecnica e la pesantezza del suono.
    Dopo una tutto sommato trascurabile The frayed ends of sanity (quei oooeeeoo posti in apertura sembrano leggermente fuori luogo) si giunge a To live is to die. L'ultimo saluto al grande Cliff Burton con una canzone che ripercorre le orme delle varie Anesthesia, The call of Ktulu e Orion senza però raggiungerne i fasti. Comunque una buona strumentale che quieta le acque prima dello stacco micidiale dell'ultima Dyers Eve.
    Un vero massacro sonoro, una rabbia che raggiunge quella dell'esordio per una canzone sparatissima che chiude degnamente questo grande album. Un' esperienza che si completa con la lettura delle splendide lyrics che con intelligenza trattano dei disagi della società.
    Pian piano me ne sto convincendo anche io: è questo il canto del cigno della più grande thrash metal band di tutti i tempi  

    Rainbow - Rising

     

    Siamo nei magici anni settanta. Alcuni signori decidono di dare uno scossone all'ambiente della musica dura del periodo, che già faceva passi da gigante con gruppi quali Black Sabbath, Led Zeppelin, Deep Purple. Proprio dai Deep Purple arrivò l'uomo a cui dobbiamo tutto questo: Mr. Ritchie Blackmore.
    E' stato lui a volere i Rainbow, è stato lui a spingerli "oltre" nel panorama del rock.
    Dopo un ottimo debutto con l'omonimo disco, nel 1976 fu pubblicato questo Rising, e le cose cambiarono per sempre.
    Il disco consiste in 30 minuti di musica distribuiti in 6 tracce...esatto, soltanto 6 tracce. E a dire il vero soltanto le ultime 2 (!) sono bastate a cambiare tutto: più che un disco, una leggenda.
    Ecco perchè potrei parlare delle magnifiche Tarot Woman, Run with the wolf, Starstruck e Do you close your eyes, della loro carica incendiaria e della classe con cui sono state suonate, del loro piglio decisamente hard rock ma cariche di un'eleganza ed un fascino del tutto particolari. Potrei parlarne. Ma non lo farò.
    Le 2 canzoni che seguono sono cose mai sentite prima (ricordiamoci di trovarci nel 1976). Hanno praticamente inventato 2-3 generi diversi (power-epic-symphonic metal).
    La quinta traccia è LA canzone: Stargazer. Si apre il sipario con un assolo di batteria  di mr. Cozy Powell, che ci introduce ad una marcia travolgente ed inarrestabile. Le magniloquenti tastiere si fondono alla perfezione con la roboante chitarra di Blackmore per formare un tappeto sonoro che definire epico sarebbe riduttivo. La martellante sezione ritmica non ci concede un attimo di respiro. Fa il suo ingresso in scena la maestosa voce di Ronnie James Dio. E' l'apoteosi. Musica che ti prende dritto al cuore. Una decina scarsa di minuti che non si dimenticheranno mai. Quando Dio attacca col ritornello le emozioni corrono all'impazzata. In the heat and the rain...non sta cantando. Sa dialogando col suo omonimo, lassù nel cielo. E forse anche lui è commosso da tutto ciò. Quando la canzone è finita viene naturale tornare indietro per risentirla ancora ed ancora.
    Invece bisogna andare avanti, perchè un'altra grande sorpresa ci aspetta: Light in the Black.
    Una folle corsa eseguita a velocità assurde per l'epoca, nella quale tutto il gruppo da il massimo, e forse qualcosa in più. Il paradigma, il prototipo del power metal è tutto qui. Una sola canzone che vale intere discografie di gruppetti che oggi crediamo essere importanti.
    Quando è tutto finito e nella stanza è tornata la calma, non si può credere che il disco sia già terminato: un dito che corre verso il tasto play per fare un altro giro è l'unica reazione che viene concessa. E la consapevolezza di avere assistito a qualcosa che ha sconvolto  il mondo musicale (nell'ambiente dell' heavy rock) lascerà un stampato un sorriso da ebete sulla bocca di chi può dire: io c'ero.

    September 05

    Iron Maiden - Seventh Son of a Seventh Son

     

    Ecco quello che molti reputano l'ultimo vero capolavoro dei mitici Iron Maiden: Seventh Son of a Seventh Son.
    Il disco usciva nel lontano 1988 e seguiva quel "Somewhere in time" che aveva fatto storcere il naso a più di un fan a causa dei suoni e delle soluzioni "moderne" adottate dalla band.
    Bisogna dire subito che anche qui si fa ampio uso di tastiere e sintetizzatori di chitarra, ed il risultato è ottimo.
    Si parte con Bruce Dickinson che da perfetto e maligno menestrello introduce, sorretto la una chitarra acustica la prima song del lotto: l'incredibile Moonchild.
    Il ritmo frenetico e l'interpretazione indemoniata di bruce rendono questa scheggia la canzone più potente del disco (e forse dell'intera discografia delle vergini di ferro), una corsa travolgente che si arresta bruscamente sulle note della splendida "Infinite Dreams".
    Manco a dirlo, è facile lasciarsi rapire dalla melodia vocale e dalle dolci note tanto da ritrovarsi in un sogno, che viene crudelmente spezzato dall'urlo di Bruce e dalla robusta trama chitarristica che caratterizza la seconda parte della canzone.
    Dopo la seconda perla è ora di "Can I Play with Madness": una canzone divertente ma nulla più, anche se dalla qualità elevata e con un ritornello che si stampa subito in testa; forse per questo fu scelta come primo singolo.
    Segue la leggendaria "The Evil that Men do". Che dire, questa canzone è immensa, una cavalcata infuocata sorretta dal basso di Harris che esplode nel bridge seguito dal refrain...qui non si lasciano prigionieri!
    E' finalmente ora della titletrack. Una canzone che non ha mai avuto il successo che merita, secondo me alla pari di una hallowed be thy name o the trooper, tanto per intenderci. E' l'epicità a farla da padrone in questi 9 grandiosi minuti, nella prima metà dei quali sua maestà Bruce Dickinson sale sul trono per un'interpretazione che fa paura. Da manuale dell' Heavy Metal. La restante metà è una coda strumentale misteriosa ed attraente. Godimento auricolare puro.
    A calmare le acque arriva "The Prophecy", una canzone tanto semplice quanto efficace, col suo mid-tempo "medievaleggiante".
    Si ritorna su binari più veloci con la magnifica "The Clairvoyant", canzone che conta su una melodia riuscitissima e su un assolo centrale tra i più belli della storia dei Maiden, senza contare il chorus che vi ritroverete a canticchiare saltellando in giro per la stanza!
    Chiude in maniera degna "Only the Good Die Young", un midtempo sostenuto e ben riuscito che ritorna dove il disco era partito, come un serpente che si morde la coda. E' la giusta conclusione per un lavoro imprescindibile, un capolavoro epocale che sarà sempre li a ribadire la grandezza degli Iron Maiden nel mondo della musica.