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    September 29

    The Haunted - Versus

     

     
    Col precedente The Dead Eye, i The Haunted avevano smesso una volta per tutte i panni di "Slayer svedesi", dimostrando che il titolo di eredi degli At The Gates stava cominciando ad andargli un pò stretto. Il risultato però non era stato esattamente un successo, vuoi per una produzione un pò fiacca, vuoi per una schiera di fans impreparati ad un cambio di direzione così marcato. La mossa successiva, che risponde al nome di Versus, non può che consistere in un passettino indietro, seppur non così evidente com'è lecito aspettarsi in queste occasioni: pienamente proiettati nella loro dimensione modern metal/thrash di ultima generazione, Peter Dolving e soci tornano alla carica con un album che riscatta il parziale passo falso di due anni fa e ci consegna una band in grado di far male muovendosi su territori contigui a quel thrash/death metal che tante soddisfazioni aveva dato in passato.
     
    Una produzione brillante, cristallina e potente, un riffing di certo non innovativo ma perfettamente funzionante (del resto molte delle soluzioni chitarristiche che caratterizzano questo genere sono imputabili direttamente a loro), un'aggressività ritmica sempre lucida e calibrata e la ricetta dell'album che può piacere a vecchi e nuovi fans è servita. Versus è un disco variegato, ispirato e convincente, sia quando si esprime sui classici binari del metal svedese che quando si avventura in soluzioni più moderne e melodiche. E sono proprio queste ultime a caratterizzare maggiormente il sound dei The Haunted del 2008: nonostante le mazzate sui denti di pezzi come Little Cage, Crusher e Faultline, che ribadiscono la volontà della band di non tagliare il cordone ombelicale col passato, sono le varie Trenches, Ceremony e Iron Mask a mostrare il gruppo per quello che è o che comunque sta cercando di essere. Anche quando gli svedesi decidono di raccogliere quanto seminato nelle mille band direttamente influenzate dal loro marchio di fabbrica gli esiti sono notevoli, basti pensare all'opener Moronic Colossus (miglior pezzo del lotto per chi scrive) o alla successiva Pieces, compatta e carica di groove.
     
    Tirando le somme, si può infine affermare che Versus è un platter decisamente ben riuscito, suonato alla grande e cantato come solo Peter Dolving poteva fare (non ce ne voglia Marco Aro, ma è Peter IL cantante dei The Haunted). Certo manca ancora quel pizzico di coraggio che possa portare la band ad un nuovo livello ma per ora va bene così. Sia che abbiate apprezzato The Dead Eye, sia che abbiate preferito usarlo come sottobicchiere, con questo nuovo disco troverete certamente pane per i vostri denti. 

    TOTAL METAL FESTIVAL 2008

     

    Sarà una banalità, ma è proprio vero che ciò che non ti uccide ti rende più forte. Il disastro economico della scorsa edizione, la necessità di abbandonare la cornice dell'open air, le critiche e dulcis in fundo il tentativo di caccia alle streghe messo in piedi da un gruppo politico di ispirazione cattolica locale che nella settimana precedente al festival ha fatto più notizia del festival stesso sono cose che possono far saltare i nervi e la voglia di fare a chiunque. A quanto pare però, non alla Vivo Management e al tenace Luigi Pisanello, che nonostante le avversità riesce a mettere in piedi la settima edizione del Total Metal Festival, sottotitolato appunto "Unbreakable". Caratterizzata da un'atmosfera deliziosamente intima e raccolta, da un'organizzazione impeccabile e dalla qualità media piuttosto elevata delle band in cartellone, la più grande creatura metallica pugliese ha presentato come uniche note stonate l'acustica non proprio perfetta della location e la defezione all'ultimo momento degli Shank, band locale incaricata di aprire le ostilità, a causa di ritardi non meglio precisati. Per il resto, un locale (il New Demodè di Modugno, in provincia di Bari) colmo di un numero impossibile da quantificare di persone e gli attestati di stima durante e dopo il festival da parte di pubblico, artisti e addetti ai lavori hanno decretato il successo di una manifestazione che continua a crescere anno dopo anno.
    Che sarà una giornata speciale, il sottoscritto lo percepisce non appena mette piede nel locale: un raggio di luce penetra da un punto imprecisato del soffitto e va a cadere esattamente nel mezzo del pavimento. La scena fa tanto Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta (dov'è l'asta di Ra quando serve?) ma è bello interpretarla come segno d'approvazione divina alla faccia del bigottismo, l'ignoranza, l'ottusaggine e i pregiudizi che un piccolo gruppo di persone ha scagliato contro il festival: il monito per tutti è quello di vivere nel presente...

    MEMORIES OF PAIN
    Trampolino di lancio del festival e banco di prova per tutto ciò che riguarda suoni ed acustica, a calcare il palco per primi sono i baresi Memories Of Pain. Giovanissimi ed emozionatissimi, i quattro ragazzi suonano tre pezzi (uno dei quali una cover degli Agathodaimon) che sinceramente non lasciano una grande impressione; il loro black metal sinfonico risente di suoni ovattati (tutto è sovrastato da basso e tastiera) e una certa contrattura dovuta all'emozione del momento. La band comunque è valida e s'ha da fare, per ora sono urgentemente da rivedere il songwriting, un pò blando, e la postura del bassista tendente al torcicollo.

    CLINICAMENTE MORTI
    Certo che ammazzare il tempo nell'attesa che i "Clinicamente Morti" salgano finalmente sul palco ha del paradossale... I leccesi infatti si presentano con un consistente ritardo e conseguente riduzione temporale del set che comunque non impedisce alla band -soprattutto al singer- di sudare come se avesse suonato per due ore di fila. L'ancora esiguo pubblico apprezza il death-hardcore fortemente "panterizzato" dei salentini e lo sottolinea col primo pogo della giornata -immortalato da un'esigente cameraman- nelle prime file, e con un ondeggiamento cranico a metà tra l'headbanging e un cenno di assenso nelle file più arretrate.
    Buona prova dunque per i Clinicamente Morti, che con la loro Appetito Carnale mi ricordano che sono passate le 17:00 e sono ancora a stomaco vuoto.

    PLASTER CASTERS
    Una delle poche verità assolute in un mondo governato dalla soggettività come quello della musica dovrebbe essere che la qualità paga, in qualsiasi contesto. Lo sa la direzione artistica del festival, che ha inserito una band hard rock in un bill fortemente dominato dal metal estremo, e lo sanno anche i Plaster Casters, la band di cui sopra, che tuttavia non manca di ricorrere a qualche astuzia per ribadirlo ad un pubblico che si ostina a far finta di non saperlo. I rockers baresi infatti si presentano sul palco con una carica fortemente metallica, indotta da un sound duro ed elettrico e veicolata da un paio di cover che rispondono al nome di Cowboys From Hell e Children Of The Damned. La reazione in platea è piuttosto variegata: qualcuno si scioglie, qualcuno si era già sciolto sin dai primi secondi (le scalmanate "Plaster Groupies"), a qualcuno si scioglie qualcosa e decide di uscire dal locale. Noi scegliamo di rimanere e goderci lo spettacolo, che prevede anche quattro pezzi originali piuttosto notevoli, un'ottima esecuzione da parte della band e una dialettica col pubblico all'insegna dell'apertura mentale e del civile scambio di idee, che si può riassumere tutta in questo brevissimo stralcio di conversazione:
    SINGER: "Sono metallaro da un sacco di tempo..."
    PUBBLICO: "Ma che ca**o dici!"

    REALITY GREY
    Giunge quindi il momento di uno dei gruppi locali più attesi, i Reality Grey, che stanno accompagnando Hatesphere e Deicide in giro per l'Italia. L'occasione è quella giusta per la consacrazione del nuovo e giovane singer Antonio Caggese davanti al grande pubblico e il ragazzo non se la lascia sfuggire sfoderando una versatilità e una potenza impressionante, soprattutto nel growl. Peccato che il resto della band (soprattutto le due chitarre) sia penalizzato da suoni non all'altezza che ne scalfiscono sensibilmente la prestazione, che rimane comunque sopra le righe. Ottima la tecnica e notevole la potenza espressa, soprattutto nell'esecuzione di due nuovi pezzi e della cover di Praise The Lord dei Dying Fetus, che mostra quanto a suo agio la band si trovi con la sua anima più brutale (e stiamo parlando di un gruppo che nasce all'insegna del death metal melodico) e quanto a suo agio si trovi a gambe all'aria un individuo tra la folla, dato che ci rimane per diversi minuti. Simpatici i siparietti tra una canzone e l'altra, che vedono il singer lanciare urli a caso (tanto da guadagnarsi un "vai maiale!"), il bassista intimare più volte il silenzio alla platea e l'intera band inneggiare all'organizzatore del festival (retaggio di un'altra band di culto dell'underground barese, i Machullo) accompagnata a gran voce dal pubblico: "Gigigomma! Gigigomma!".

    ROSAE CRUCIS
    Tocca adesso ai Rosae Crucis, unici alfieri dell'"acciaio puro" previsti in una giornata all'insegna di colleghi molto più rumorosi e brutalloni. Confesso di essermi accostato all'esibizione dei capitolini in maniera piuttosto superficiale, forse perchè a mio modo di vedere (chiamatelo tranquillamente "preconcetto") rimangono attaccati ad un modo di fare ed essere metal ancorato al passato e a tutta una scena tipicamente ottantiana che non rispecchia più le mie preferenze. E bastano pochi secondi per averne conferma, grazie ad una scenografia (l'unica di tutto il festival) tipicamente medievaleggiante fatta di simboli mistici, tonache cavalleresche ed un individuo incappucciato sul palco la cui utilità rimane misteriosa fino a quando non si tratta di fare linguacce ai fotografi e fungere da portaoggetti ed appendiabiti.
    Beh, sapete cosa? Mi è bastato ancor meno per cambiare idea. "Nel nome della rosa e della croce, questo è il nostro manifesto": parole che preludono ad una performance assolutamente emozionante, capace di coinvolgere i presenti in virtù di un sound epico e massiccio, guidato dalle chitarre e dagli acuti spaventosi di un Giuseppe Cialone che attualmente non teme il confronto con un Eric Adams qualsiasi, sia a livello vocale che di abbigliamento (guardare le foto per credere).
    La messa dei nostri procede senza indugi per cinque lunghi pezzi che raggiungono il picco di epicità e pathos con Il re del mondo, che guadagna la partecipazione del pubblico con un caloroso battimano e qualche timido tentativo di sing-along durante il quale, e lo dico con un brivido di vergogna che mi percorre la schiena, mi sono trovato ad immaginarmi come il protagonista della copertina di Noble Savage dei Virgin Steele (CLICCA QUI per vederla).
    Dimmi se c'è! Dimmi dov'è! Dimmi se esiste il Re Del Mondo! Il Re dei Re! Il Re dei Re! Governati dal profondo!
    Ehm...

    NEURASTHENIA
    E quando la voglia chiama, il buon vecchio thrash metal risponde. Dopo i Rosae Crucis, tocca ai Neurasthenia continuare a riempire di anni '80 il Total Metal Festival con un modo di fare musica che rifiuta di perdersi nel tempo e anzi, oggi più che mai, torna di grande attualità. Guidati da un singer-chitarrista nato da un incrocio tra Schmier dei Destruction e Gerre dei Tankard, questi incorruttibili virgulti del metallo che fu non perdono tempo a conquistarsi la simpatia di tutta la platea grazie ad un approccio incandescente ed un'energia che sprizza da tutti i pori. Il sound dei bolognesi difetta leggermente di potenza e precisione (soprattutto nelle parti vocali) ma di fronte ad un'attitudine live così genuina ed una perfetta tenuta del palco, mutuata da anni di esperienza e supporto a diversi pezzi grossi del genere, passa la voglia di stare a spaccare il capello in quattro. Pubblico gasato e pogante, sette pezzi martellanti (tra cui una buona cover di Low dei Testament), un frontman che prende alla lettera i concetti di "sputare sangue sul palco" e "lick di chitarra", cosa chiedere di più?

    METHEDRAS
    Un giorno qualcuno mi dovrà spiegare per quale motivo una band italiana, davanti ad un pubblico italiano, si debba rivolgere allo stesso IN INGLESE. Jet-Lag? Bus-Lag? Alcool-Lag? Non importa, fatto sta che va decisamente meglio quando il singer (che per l'occasione è Ruggero degli Inallsenses, in sostituzione del cantante originale Claude F.) si lascia scappare un italianissimo e veracissimo "non sento un ca**o!", contraccambiato da un rumoroso vociare della folla: va bene annichilire il pubblico con una potenza sonora sorprendente, va benissimo riuscire a sprigionare un sound personale che prende il meglio del thrash metal della bay area e il death svedese e ne crea una mescola esplosiva, ma riuscire a comunicare con chi ti ascolta è sempre meglio. E' comunque ufficiale: i Methedras ci hanno profondamente colpiti. Sovente abbiamo udito meraviglie a proposito dei loro live, quale migliore occasione di questa per appurarlo? Ebbene, abituatevi all'idea di avere una nuova macchina da guerra in Italia e non lasciatevela sfuggire se passa dalle vostre parti. Inarrestabili, tecnici e devastanti, i milanesi distribuiscono trenta minuti di legnate senza colpo ferire e a giudicare dai larghi sorrisi del cantante, ci provano anche particolarmente gusto. Ottima la cover di Davidian dei Machine Head proposta e impeccabile lo stile con cui Ruggero si esibisce nello stage diving a fine esibizione. Chapeau.

    SCHIZO
    Se i Methedras rappresentano il presente (e probabilmente il futuro) del thrash metal italiano, gli Schizo ne personificano senza dubbio il glorioso passato. Atipico il loro ingresso in scena avventuto talmente tanto in sordina che sorprende buona parte degli astanti, impegnati a fumare e prendere freddo fuori dal locale, e soprattutto il sottoscritto, intento a discutere di massimi sistemi, tuffi carpiati e prezzo delle crocchette allo stand gastronomico con la nostra infaticabile fotografa Valeria. Non si capisce esattamente se i primi accordi suonati dalla chitarra stiano annunciando l'inizio dell'esibizione o quello del soundcheck fino a quando un losco figuro ornato di passamontagna inizia a vomitare odio nel microfono, cercando, senza riuscirci, di impiccarcisi nel filo. Parte così una performance che crea un'atmosfera a dir poco particolare sin dalle primissime battute: un sound crudo, tagliente e spietato, l'abbondanza di ghiaccio secco (fumo scenico, per i profani), le luci che si mantengono su sanguinarie tonalità rosso spento e una presenza sul palco ingessata eppur ingombrante creano una sensazione di male antico, cristallizzato nel tempo, eppure sempre letale e pericoloso. La band sicula è fautrice di una prestazione praticamente perfetta che si sonda su una setlist che rappresenta una sorta di best of della propria carriera (e per assonanza, della scena estrema italiana che fu), con tanto di dediche al "vero thrash italiano" e a "tutti i drughi della scena estrema di quegli anni". Esperienza, cattiveria e una voglia di suonare mai doma tengono incollati sotto il palco i presenti che come il sottoscritto, ammirano in estasi le gesta dei catanesi. Particolare impressione, oltre alla carica che l'urlatore-terrorista Nicola Accurso è in grado di trasmettere, fà la vista del chitarrista S.B. Reder: un tipo glaciale, pacato come un agnellino e rassicurante come una pistola puntata alla tempia.

    SLOWMOTION APOCALYPSE
    Ricordate queste parole: la misura della riuscita di un concerto non è data dal grado di esaltazione della gente in platea, ma dal grado di esaltazione della band sul palco. L'odierna esibizione degli Slowmotion Apocalypse è stata illuminante in tal senso: già dalla premessa fatta dal singer Albi, che dice "il 50% lo facciamo noi, ma l'altro 50% lo fate voi, perchè senza di voi non siamo un ca**o", si capisce che il sudore, il sangue e i traumi riportati fino a questo momento tra la folla sono destinati ad aumentare a dismisura, ed ogni promessa è debito! Entrambe le parti infatti si impegnano al massimo per dar vita a quaranta intensissimi minuti dominati dall'adrenalina, l'esaltazione e la follia; corna, urla e pogo da una parte, corna, urla e musica dall'altra in un costante scambio di energia che rende questa una delle migliori performance della giornata. La band di Pordenone suona, pesta e scalpita con una carica esplosiva tale da rendere le proprie canzoni in sede live mille volte più potenti delle già fantastiche versioni in studio, palesando una chiara attitudine da animali da palco. Più volte si è parlato degli Slowmotion Apocalypse come portabandiera del metalcore italiano ma sinceramente qui di "core" non se ne sente la minima traccia, se non in qualche break cadenzato presente qua e là; a dominare sono le sfuriate in pieno stile thrash-death svedese proposto con piglio granitico e moderno che incontra il favore di praticamente tutto il pubblico, che si diverte e si esalta, anche grazie a dichiarazioni che richiamano la recente attualità che ha coinvolto l'evento: "tenetevelo stretto 'sto festival, non fatevi rompere il ca**o da nessuno!". Parole sagge caro Albi e anzi, vista la situazione, direi "parole sante"...

    SLOWMOTION APOCALYPSE SETLIST
    Fuel for my hatred
    Portrait of a lie
    More horror is to come
    Daydream addiction
    The blessing
    Burial
    The way you want to die
    Back from the grave

    HATESPHERE
    Gli Hatesphere lo fanno meglio.
    Se è lecito riconoscere l'esistenza di un metalcore di stampo europeo, allora questo dovrebbe essere un marchio registrato Hatesphere. A vederli sul palco si capisce perchè siano considerati punto di riferimento e guida di un genere in un intero continente: semplicemente perchè lo fanno meglio. Devastanti nelle parti più veloci e thrash-oriented, inarrivabili in quelle più cadenzate e groovy, i cinque danesi sono padroni di un sound spettacolare per potenza, precisione, coesione e un feeling che trasuda da ogni nota suonata. Poche altre volte ho visto una band stare sul palco e "riempirlo" come hanno fatto gli Hatesphere, e poche altre volte ho assistito ad un'interazione col pubblico così continua e calorosa fatta di incitazioni (memorabile il wall of death con tanto di raccomandazione a non farsi male richiesto dal singer), dichiarazioni d'amore (si va dal classico "Total Metal Festival, you rule!" ai ripetuti abbracci che il bassista Mixen Lindberg dedica al pubblico - tanto che Valeria ha ribattezzato la band "Lovesphere"), sorrisi, boccacce ed un maldestro ed esilarante tentativo di inneggiamento al demonio ("è possibile avere luci un pò più sataniche? così sono troppo cristiane! evil is good!"). Anche questo, gli Hatesphere lo fanno meglio.
    Orfana di Jacob Bredahl, la band trova nel giovanissimo Jonathan Albrechtsen un degno sostituto che qualcuno tra il pubblico non esita a definire "piccolo mostro" in virtù di una prestazione grintosa fatta di growls, screams e latrati vari urlati con una personalità che non ti aspetti da un ragazzo che avrà pure vent'anni, ma ne dimostra quindici. Il resto della band dal canto suo non perde un colpo ed esegue alla perfezione una setlist che pesca da tutta la propria breve (ma intensa) discografia e presenta anche un nuovo estratto dal prossimo album in preparazione; inutile dire che il pubblico non manca di sottolineare il proprio gradimento con poghi, circle pit e wall of death, locuzioni inquietanti che significano tanto divertimento e in qualche sfortunato caso anche tanto dolore, a giudicare dal buon numero di persone che si tengono un cubetto di ghiaccio premuto contro varie parti del cranio. Anche quando si tratta di provocare reazioni esagerate, gli Hatesphere lo fanno meglio.
    PS: ancora oggi non mi spiego come sia possibile scapocciare e sbavare con una sincronia così perfetta come quella esibita dal buon Mixen Lindberg. Anche questo, gli Hatesphere lo fanno meglio.
    PPS: dopo un colloquio "fotografico" con la nostra addetta Valeria, ho scoperto che i cinque danesi sono la band più fotogenica che lei abbia mai avuto modo di immortalare on stage, e che questo ha reso particolarmente problematica la selezione delle foto da pubblicare. Anche questo, gli Hatesphere lo fanno meglio.

    HATESPHERE SETLIST
    Heaven is rady to fall
    Murderous intent
    The Coming chaos
    Disbeliever
    Oceans of blood
    Sickness whitin
    Aurora
    Damned below judas
    500 dead people
    Deathtrip
    Cloaked in shit
    Low life vendetta
    Forever war

    DEICIDE
    Giungiamo così all'ultimo atto del Total Metal Festival 2008, ovvero quel concerto dei Deicide che tanti animi ha acceso sia nel sottobosco metallaro pugliese che in una piccola parte dell'opinione pubblica contraria a questo festival, ovviamente con risultati differenti a seconda dei casi. Sicuro della lettura di almeno una piccola parte di entrambe le fazioni, posso rivolgermi alla seconda a scopo tranquillizzante dato che nessun diavolo o entità maligna/anticristiana è saltata fuori da alcun dove, nessuna anima è stata corrotta dagli anatemi e dalla blasfemia imperante che accompagnerebbero la musica della band, non è stato offerto alcun suicidio sacrificale a nessuno e così via; eppure da un tizio di cui si raccontano oscuri prodigi come l'impallinamento di uno scoiattolo durante un'intervista, sacrifici animali on stage, qualsiasi accostamento a tutto ciò che è anticristiano e -ultimo ma non meno importante- l'avvistamento del Bigfoot, ci si aspettava qualcosa in più di una semplice esibizione musicale. E questo vale anche per i tifosi dell'altra squadra: scenografia inesistente e affidata al solo lavoro delle luci di scena e del ghiaccio secco, presenza scenica che prevede al massimo un passo avanti e uno indietro rispetto alla propria postazione e una loquacità che si limita a qualche frase incomprensibile farfugliata tra un pezzo e l'altro dal redivivo Glen Benton sono un biglietto da visita un pò scarno per una band leggendaria come quella floridiana, che nelle prime battute sembra non andare oltre il proprio compitino quotidiano. Fortunatamente per i presenti, il compitino quotidiano dei Deicide consiste semplicemente nel dare lezioni di death metal: ghermire la morte, darle una dimensione musicale e cospargerla su tutti i presenti. Una violenza bella e buona ai danni dei nostri timpani pepetrata da chi lo fa per professione da oltre vent'anni che nonostante una certa freddezza esecutiva non può certo lasciare indifferenti. Steve Asheim si conferma il solito animale dietro le pelli, Glen Benton quando si concentra su basso e microfono (più sul secondo che sul primo) sa ancora incutere timore & rispetto e Jack Owen, che nonostante sembri alla ricerca di un cuscino (voci di corridoio affermano che ha appena finito di scolarsi una trentina -scarsa- di birre), dimostra tutta la sua classe alle sei corde, ottimamente accompagnato dal session man Kevin Quirion. Poca attitudine quindi ma tanta, tanta sostanza per una band che può permettersi una scaletta stellare composta di classici vecchi e nuovi del proprio repertorio e del death metal tutto, da Once Upon The Cross a Dead But Dreaming, da Bastards of Christ a Serpents of the Light, acclamati a gran voce e suonati con una potenza e una furia che compete solo ai grandi. Ottimi i suoni, compatti e granitici, "enormi" nel caso delle chitarre ed in ogni caso capaci di restituire alla musica del gruppo l'impatto dovuto: possono chiamarla cacofonia, possono chiamarlo rumore, ma per le orecchie degli appassionati quella dei Deicide è stata Musica con la "M" maiuscola, la stessa "M" di Metal, la stessa "M" di Morte. Death metal, appunto.

    DEICIDE SETLIST
    Deicide
    Dead by dawn
    Once upon the cross
    Scars of the crucifix
    Till death do us part
    Death to jesus
    Desecration
    When satan rules his world
    Serpents of the light
    Dead but dreaming
    Children of the underworld
    Bastards of christ
    Behind the light thou shall rise
    When heaven burns
    Homage for satan
    Kill the christians
    Sacrifical suicide

    E' ora di tornare a casa. Sono stanco, mi fischiano le orecchie, mi pulsano le tempie e mi fa male la schiena. Si potrebbe pensare che ho avuto una giornataccia, invece sono felice. Mentre le luci dei lampioni rischiarano i pochi chilometri che mi separano da casa e sfrecciano fuori dai finestrini della mia auto, non posso fare a meno di ripensare alle ore appena trascorse e rivivere in una sequenza veloce e confusa le immagini, i suoni, gli odori e i sapori provati, cercando di dare un'ordine mentale al tutto. E' allora che le mie labbra abbozzano un sorriso. In quel momento so che centinaia di persone stanno tornando a casa e stanno provando le mie stesse sensazioni e se c'è una cosa che accomuna chi ha suonato, chi ha ascoltato e chi ha lavorato, è la soddisfazione di aver passato una giornata tra amici, averne conosciuti di nuovi, essere stato parte di un evento speciale all'insegna del divertimento e della musica: è questa la magia del Total Metal Festival, è questa la magia di tutti i festival e i concerti del mondo. A chi come noi la musica la vive, auguro mille di queste occasioni per farlo.

    September 12

    Metallica - Death Magnetic



    Appena terminato il primo ascolto di Death Magnetic, a bassa voce affinchè nessuno potesse sentirmi, dissi tra me e me "forse ci siamo". Forse. Una parolina che continuava a galleggiarmi in mente per tutti gli ascolti successivi, il seme di un dubbio che si faceva sempre più grande man mano che l'album compiva la sua altalenante parabola ora in salita, ora in discesa in un equilibrio stranamente perfetto.

    I Metallica sono sempre stati così: rivoluzionari, capaci di farti pensare tutto e il contrario di tutto, fragili eppure indistruttibili nel loro status di leggende viventi nonostante la loro produzione dalla metà degli anni novanta in poi sia stata nella maggior parte dei casi, e a ragion veduta, paragonata ai loro stessi escrementi.
    Death Magnetic arriva a spazzare via tutto ciò. Death Magnetic è una presa per i fondelli colossale. Death Magnetic riporta i Metallica sulle impervie e dorate vie del thrash metal che li ha fatti diventare quello che sono. Death Magnetic è l'ennesima dimostrazione che quei quattro bacucchi farebbero meglio ad andarsene in pensione una volta per tutte. Death Magnetic riconsegna ai four horsemen lo scettro del metal tutto.
    Sin dalla pubblicazione dei primi samples, per poi passare ai due singoli di lancio fino ad arrivare alla preview di ben sei dei dieci brani presenti nell'album, si è letto praticamente di tutto sul conto dello stesso. Un walzer di opinioni che non ha risparmiato niente e nessuno, dalle canzoni ai suoni della batteria, dagli assoli alla voce di James Hetfield. Questo per mettervi al corrente del fatto che si poteva trovare in rete ogni pensiero possibile ed immaginabile che la mente umana è stata in grado di generare a riguardo di Death Magnetic già qualche settimana prima della sua uscita. Perchè tutto questo interesse? Perchè succede solo con i Metallica? Perchè si genera un hype dalle dimensioni così incredibili attorno ad una band che ormai si è vista superare e lasciare indietro anni luce da mille altri gruppi obbiettivamente più interessanti? La risposta non la sapremo mai, oppure molto più probabilmente la sappiamo tutti ma facciamo finta di niente.

    E' infine giunto il tempo di spezzare gli indugi: com'è effettivamente Death Magnetic? Death Magnetic è, nel bene e nel male, un disco dei Metallica. Forse il migliore che i quattro di Frisco potessero pubblicare oggi, visione che può assumere sfumature negative o positive a seconda dei punti vista e dalla soggettività di ogni ascoltatore. Ammetto di non essere partito troppo ben disposto nei confronti dei 'Tallica visto il loro recente passato, ed è forse per questo che il primo ascolto mi ha tratto in inganno proiettando il nono lavoro in studio della band oltre ogni mia più rosea aspettativa: tanta aggressività, un trademark di nuovo riconoscibile, un impatto deliziosamente metallico e una carica di sfrontatezza, arroganza e buone intenzioni che riportava alla mente immagini ormai sepolte nel tempo. Eppure quel forse così fastidioso continuava a mordere e corrodere ogni singolo minuto dell'album come un tarlo, maledetti Metallica. E benedetti Metallica: finalmente tornano a suonare thrash metal come ai vecchi tempi. Peccato però che non si faccia caso al fatto che ormai ci sono in giro una miriade di gruppi-clone che suonano più Metallica di quanto gli originali non siano in grado di fare, col risultato che quando i quattro spingono sull'accelleratore e cominciano a pestare gli strumenti, sembra quasi che vogliano giocare a fare i Metallica senza riuscirci mai del tutto: è il caso della opener That Was Just Your Life, chiaramente ispirata a Blackened, della successiva The End Of The Line, caratterizzata da un incedere nella strofa che richiama da vicino quello di Creeping Death, o ancora della conclusiva My Apocalypse, che cerca di ricalcare i fasti delle varie Damage Inc., Dyers' Eve o Metal Militia, purtroppo invano (evito di dilungarmi sulla questione The Day That Never Comes, palese operazione di copia-incolla di Fade To Black e One).

    Ma non di soli rimandi al glorioso passato vive Death Magnetic: l'esperienza St. Anger è finita, ma non senza lasciare scorie. Ne sono testimoni la lunghezza mediamente smisurata dei pezzi e il piglio con cui alcuni di essi sono stati composti, che si può immaginare come un'enorme jam da cui sono stati salvati i 3-4 riff migliori, attaccati -nella maggior parte dei casi alla meno peggio- tra di loro e caratterizzati da una linea vocale che dà un senso al tutto. Il risultato si divide equamente tra successi e fallimenti: appartengono alla prima categoria Broken, Beat & Scarred, cattiva nel suo incedere pieno di groove, e All Nightmare Long, nervosa, violenta e insignita dell'unico ritornello (assieme a quello di The Judas Kiss) che può effettivamente rimanere impresso nella memoria. Dall'altra parte abbiamo Cyanide, sin troppo ripetitiva e ammorbata da una melodia vocale piuttosto debole, e la strumentale Suicide & Redemption, che suona più o meno come un'accozzaglia di riff ripetuti per quasi dieci minuti. Menzione d'onore infine per The Unforgiven III, che si distingue per la sua totale estraneità alle sonorità dei primi due capitoli e per essere l'episodio più brutto della trilogia.

    Non vi basta? Certo che no, non si può certo fare a meno di sapere che il tutto è stato confezionato da Rick Rubin, produttore tanto strombazzato per i grandi risultati ottenuti in passato con altre band quanto deludente nel plasmare un set di suoni che con l'idea di essere funzionali alla resa finale dell'album, ne escono fuori eccessivamente grezzi e dispersivi. La sola differenza tra il Bob Rock di St. Anger e il Rubin di Death Magnetic è che il secondo il disco l'ha prodotto. Malino, ma l'ha prodotto. Certo, i quattro cavalieri non gli hanno dato una gran mano in questo senso, facendo registrare un calo vertiginoso nelle proprie qualità tecniche: troppo facile sparare a zero su Lars Ulrich, la cui batteria arriva quasi a dare fastidio in parecchi punti del disco. E troppo facile constatare anche l'erosione delle corde vocali del povero James Hetfield, costretto ad urlare per quasi tutto l'album; meno male che la sua chitarra ritmica è ancora in grado di graffiare. Non pervenuto il buon Trujillo, le cui indiscutibili doti si perdono in un mix che tende costantemente a nasconderle, mentre risulta eccessiva (in senso negativo) la prestazione di Kirk Hammett, evidentemente teso a recuperare il tempo perduto su St. Anger tante sono le note che infila in ogni assolo, non sempre con gusto o cognizione di causa.

    A questo punto il quadro è delineato e tutto sembra procedere verso l'amara conclusione. Eppure mentirei se chiudessi giurando che questo è brutto album. Mentirei se vi dicessi che i limiti sonori e strutturali di ogni canzone ne rendono particolarmente penoso o noioso l'ascolto. Mentirei se affermassi che ogni pezzo non presenta almeno un buon motivo per essere apprezzato. Mentirei se dicessi che i 75 minuti di durata di Death Magnetic sono troppo pesanti da digerire tutti d'un fiato. Lo ammetto, nonostante tutto quest'album mi piaciucchia e lo ascolto abbastanza volentieri, il che costituisce già un risultato degno di nota per i Metallica attuali, che alzano così tanto la voce solo per dire "che vi piaccia o no siamo sempre i Metallica, come noi non c'è nessuno". E per ora bisogna accontentarsi di questo: io l'ho fatto, ma in mente continua a ronzarmi quel forse.

    VOTO: 65

    September 11

    Reality Grey - Day Zero EP

     

     
    Torna in pista una delle formazioni più promettenti dell'underground estremo pugliese, ovvero quei Reality Grey che tanti consensi avevano riscosso con la pubblicazione dell'album di debutto due anni addietro. I deathsters baresi si riaffacciano sulla ribalta con alcune novità, la più importante delle quali risiede nell'avvicendamento del singer: fuori il pur bravo Tommaso Montenegro, dentro Antonio Caggese, già singer degli Infecthead, brutal death metal band locale. Altrettanto significativa è la nuova direzione stilistica intrapresa dai nostri: il death metal melodico delle origini cede il passo ad una forma più moderna, evoluta e personale dello stesso, una nuova dimensione sonora in cui la band si riscopre più matura, aggressiva e brutale che mai. Non a caso infatti il nuovo EP si intitola Day Zero e si presenta con un artwork di copertina raffigurante un'esplosione (atomica?) con tanto di fiamme ovunque. Il messaggio è sin troppo chiaro e i tre pezzi che compongono il cd non esitano a mettere a ferro e fuoco lo stereo in virtù di quindici minuti di musica incandescente, dura e bellicosa.
     
    Si parte subito alla grande con la Titletrack, una rasoiata death che non fa prigionieri e mette in evidenza quelle che sono le caratteristiche principali del rinnovato sound della band: riff tritaossa, una sezione ritmica esplosiva guidata alla grande dal drummer Vlady Fumaroli, tanto groove e una buona varietà compositiva che riesce a sfruttare le capacità del nuovo singer, a suo agio col growl e (in misura leggermente minore) con lo scream, e lascia aperti spiragli più melodici in cui la tecnica e il gusto dei due axemen trovano il giusto spazio per esprimersi in diversi assoli di pregevole fattura. L'unico neo sta nei refrain di voce pulita: giusto voler dare una ventata di freschezza e modernità al pezzo tramite innesti di questo tipo, ma il risultato lascia un pò a desiderare, sia per quanto riguarda l'esecuzione e gli arrangiamenti dei cori, sia per un leggero senso di "forzatura".
    Stesso discorso si può fare per la successiva Erase, che sposta ancora di più l'ago della bilancia verso l'aggressività e la violenza esecutiva, mentre la conclusiva Slavery è in realtà un pezzo composto dopo le sessioni di registrazione del precedente Darkest Days Are Yet To Come che tuttavia si integra perfettamente col nuovo corso stilistico dei Reality Grey in virtù di un approccio estremamente granitico e potente.
     
    Tirando le somme, si può affermare che nonostante questo Day Zero si attesti come un classico lavoro di transizione, le premesse per un prossimo full-lenght (in uscita per l'americana Razar Ice Records) ad alti livelli ci sono tutte. Non ci resta quindi che attendere fiduciosi e fare un grosso in bocca al lupo ai Reality Grey, che tra l'altro si preparano a supportare niente meno che Deicide e Hatesphere in alcune date dei loro mini-tour italiani. 
    September 09

    Toxic Holocaust - An Overdose of Death

     

     
    An Overdose of Death. Se ci si limita a guardarlo, questo simpatico dischetto presenta tutte le caratteristiche atte a far storcere il muso a chiunque allevi progenie metallara (leggasi genitori): disegno aggressivo, colori sgargianti e disturbanti, titoli corrispondenti a "olocausto tossico", "overdose di morte", "polverizza la croce" e via dicendo. Se poi il cd lo si ascolta, ecco che congetture e timori si rivelano fondati: suoni che più grezzi non si può, chitarre distortissime, batteria sparata a mille, il classico vocione gutturale che rutta nel microfono e caos assortito.
    Ma chi siamo noi per guardare dall'alto in basso tutto questo surplus di cattivi clichè metallari? Genitori preoccupati per la sanità mentale della nostra prole forse? Sedicenti funzionari della fede -una qualsiasi- intenti a scovare il maligno in ogni piega del creato?
     
    Se la risposta è si, allora forse è meglio chiudere questa pagina e lasciar stare. Altrimenti potrebbe essere allettante scoprire che il fautore di tutto il trambusto di cui sopra è una persona sola e risponde al nome di Joel Grind. L'eclettico musicista statunitense è attivo dal 1999 col suo progetto Toxic Holocaust e con questo An Overdose Of Death è al suo terzo full-length ufficiale dopo Evil Never Dies del 2003, Hell On Earth del 2005 e una vagonata di singoli, demo e split. La sua musica è stata da più parti e a più riprese definita come thrash-black metal: a dire il vero di black qui non c'è molto, a parte un certo uso della voce. Quello che balza subito all'orecchio è un'efferata mistura di Venom, Sodom, Motorhead, Discharge, Hellhammer, primissimi Bathory e tutta quella roba che può fregiarsi dell'abusato titolo di "old school", musica istintiva, grezza e violenta che nasconde i germi di una primordiale idea di black metal e scopre un'attitudine distruttiva fortemente punk. Diciamo quindi che il buon Joel più che apparire cattivo e/o malvagio, mira solo a tirar su un gran casino.
     
    Il risultato, come prevedibile, non è da strapparsi i capelli ma non è nemmeno da buttare: la questione si risolve, come già ampiamente anticipato, in un trionfo di tupa-tupa e grezzume a buon mercato che faranno la felicità di chi non può fare a meno di scapocciare selvaggiamente per almeno mezz'ora al giorno. L'approccio alla materia di mr. Grind non è sicuramente dei più fantasiosi ma all'interno di ogni canzone si possono distinguere almeno 3 riff diversi, cosa assolutamente da non sottovalutare in un genere che fa del minimalismo strutturale e della staticità due delle sue caratteristiche più riconoscibili. E' d'uopo quindi riconoscere ai Toxic Holocaust una certa abilità nell'assemblare pezzi semplici e immediati che grazie ad una produzione volutamente rumorosa ma efficace non faticheranno a raggiungere i loro bellicosi e cacofonici intenti.

    Ora che il quadro è delineato, va da sè che questo disco è sconsigliabile per chi non include nell'ordine del giorno un pò di sano headbanging, magari accompagnato da una quantità arbitraria di birre e amici sbevazzoni. Chi invece adora il metallo spensierato, robusto e fracassone, non avrà problemi ad apprezzare questo lavoro, con buona pace (e alla faccia) di mamma e papà. Alla fin fine Joel Grind è un tipo simpatico.