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July 15 Hearse - Single Ticket To Paradise
Oggi sto un po' così. Mi girano le balle, e anche parecchio. Giornata di merda al lavoro, torno a casa per godermi il mio crodino -sono un tipo semplice- in un bagno di sudore (l'aria condizionata non funziona e quindi mi devo sciroppare 10 Km in auto sotto il sole delle 19:00, che da queste parti, di questi tempi, picchia ancora parecchio). Stappo la bottiglietta, e mentre il vapore ghiacciato che si riversa dal suo minuscolo collo sollettica già le mie papille gustative, che si preparano ad essere inondate da cotanta frizzante goduria, la bottiglietta mi scivola di mano e va ad infrangersi sul pavimento in una pozzanghera arancione. Ma porca puttana. Era l'ultima bottiglia della confezione e per giunta oggi è anche giovedì, i negozi di alimentari sono chiusi. Fanculo. Non sarò Bukowski ma avrò il diritto di smadonnare anch'io ogni tanto.
Dire che sono imbestialito è poco, diciamo che tipi non esattamente calmi come l'incredibile Hulk o Roberto da Crema in questo momento sembrerebbero due agnellini in confronto a me. Ho bisogno di sfogare un pò di rabbia, scorro freneticamente il dito sul cumulo di cd che affollano la scrivania e mi soffermo su Single Ticket To Paradise. Questo andrà bene. Perchè noi metallari siamo tipi assennati, la musica per noi è una piccola catarsi, se siamo allegri abbiamo il power metal, se siamo depressi abbiamo il doom metal, se siamo incazzati abbiamo il death metal; non ce ne andiamo certo in giro a massacrare famiglie, picchiare barboni, stuprare minorenni o incendiare chiese... Beh, su quest'ultima concedeteci il beneficio del dubbio, nessuno è perfetto.
Single Ticket To Paradise dicevo. Infilo il cd nel lettore, premo play e alzo il volume a palla; le proteste dei vicini sono l'ultimo dei miei problemi. Partono i primi accordi e sembrano i Beach Boys, parte il primo riff e sembrano i Motorhead, parte la prima strofa e sembrano gli Entombed. E invece niente di tutto questo (o forse di tutto un po'): fottuto rock 'n roll, fottuto death metal. In sostanza, fottuto. Anzi fottutissimo death 'n roll quello degli Hearse, band svedese che per chi non lo sapesse, nasce nel 2001 grazie al volere di un certo Johan Liiva, personaggio un bel po' fottuto anche lui, soprattutto dopo la dipartita dagli Arch Enemy -ma questa è un'altra storia. Ad accompagnarlo troviamo il fido compagno di merende Max Thornell, già assieme a Liiva nei Devourement e nei Furbowl, e Mattias Ljung, chitarrista con gli attributi. Il disco di cui parliamo è già il quinto per i nostri amici scandinavi ma supponiamo che il nome risulti nuovo a molti in quanto, vuoi per la misera distribuzione in terra italica, vuoi per la sorte non certo benevola nei confronti di quasi tutti i figli di Wolverine Blues, non sono in troppi coloro che si cagano questa band. E fanno male, perchè anche non rappresentando un punto fermo nel panorama del metal estremo moderno, gli Hearse di culi ne spaccano a sufficienza: il loro mix di death metal tipicamente svedese e hard rock di quello tosto non sarà originalissimo ma raggiunge un equilibrio formale tale da regalare parecchie soddisfazioni a chi cerca un pò di musica robusta, energica e adrenalinica. Va da sè che questo Single Ticket To Paradise non aggiunge molto alla discografia del gruppo in quanto il genere tende a limitare per natura sperimentazioni o innovazioni stilistiche, ma nei suoi quaranta minuti abbondanti di musica è in grado di regalare parecchio divertimento e scapocciamento a profusione.
Sporca, ignorante, grezza e istintiva, la musica degli Hearse si basa sui riff infuocati dell'ascia di Ljung, tappeto ideale per gli sproloqui di un Liiva sempre in piena forma, e da una sezione ritmica tanto essenziale quanto incisiva. Il tutto è supportato dalla produzione ENORME del buon Dan Swano per un risultato portentoso quando la band si mantiene nell'ambito del death 'n roll cazzuto dagli arrangiamenti semplici e dai ritmi elevati, un pò ridondante invece quando i ragazzi decidono di infognarsi in pezzi senza capo nè coda come la titletrack o la conclusiva Your Purgatory, due lente mattonate nelle balle caratterizzate dalla ripetitività di certi temi chitarristici e da lamentose spoken words che non portano che alla noia, peccato mortale per un disco di questo tipo. Oddio, non che la ripetitività manchi anche nelle parti più riuscite e tirate, ma pezzi come Misanthropic Charades, Degeneration X e Sundown colpiscono dritte al segno e pur con i soliti "difetti" strutturali riescono ad essere trascinanti e a tratti addirittura esaltanti, e sinceramente tanto basta per un lavoro come questo. In conclusione possiamo affermare che Single Ticket To Paradise non sarà di certo ricordato negli annali del metallo pesante come chissà quale meraviglia, e a dirla tutta non rappresenta neanche il miglior lavoro degli Hearse. La band stessa tra l'altro non potrà contare su caratteristiche peculiari di alcuni colleghi illustri, si pensi alla concretezza dei compianti Gorefest, l'efferatezza dei maestri Entombed o ancora il marciume dei Phazm, ma è anche vero che i colleghi non possono contare sul carisma di un personaggio come Johan Liiva, che nel bene e nel male, si dimostra ancora una volta un artista con due palle così. E adesso qualcuno mi aiuti a ripulire 'sto bordello... July 01 Ava Inferi - Blood Of Bacchus
Arsura. L'estate avanza crudele trascinandosi in sbuffi di calore e vampate di fuoco, ammantando la terra della sua inesorabilità. Almada è una piccola cittadina lusitana le cui radici risalgono fino alla preistoria e i suoi confini, disegnati dal fiume Tago e dalla costa atlantica, sono sempre sembrati troppo angusti per una popolazione ad alta densità come quella portoghese. Confini che durante la "bella" stagione diventano addirittura insopportabili: riesco a percepire il respiro affannoso di chi arranca per vicoli e stradine cercando di tornare a casa il prima possibile, posso sentire il tanfo di sudore di chi mi passa accanto mentre ascolto le mie membra che invocano riparo dal caldo, dalla luce. Nelle prime ore pomeridiane persino le ombre cercano riparo dal sole mentre l'afa, l'umidità e le zanzare mi si appiccicano addosso. Aspetto la notte.
La musica degli Ava Inferi è tutto questo: calda, velenosa, appiccicosa, asfissiante. Gothic metal dalle marcate influenze doom che nel suo incedere elegante, lento e inarrestabile incarna le fattezze del volto più perverso della natura, quella che strisciante e sibilante torna a riprendersi ciò che l'uomo le ha tolto, quella che erode le coste e corrode gli argini della civilizzazione, quella che con volto di donna e cuore di morte si dipana per le strade di Almada reclamando la vita dei più deboli: l'insopportabile canicola a cui cedono le piante più esili, gli animali più deboli, le persone più anziane e malate.
E' Carmen Simões a farsi immagine dell'abbagliante bellezza dell'inganno: una voce, la sua, capace di accarezzare le note con una grazia e una delicatezza talmente profonde da riuscire in ogni momento ad infondere calma ed angoscia, serenità e tormento. Un passo dietro a lei, a ghermire il suo strascico, le chitarre di Rune Eriksen (l'ex-Blasphemer dei Mayhem) disegnano arabeschi infuocati che prendono forma in un riffing lasco e granitico, accompagnato sovente da accordi aperti ed austeri che tratteggiano l'immobilità dei paesaggi e della vita attraversata dalla musica degli Ava Inferi. Niente melodie facili, nessun rassicurante dinamismo ad agevolare l'ascolto, assolutamente assente la liquidità che una tastiera avrebbe potuto apportare al sound. Blood Of Bacchus vive di musica secca, aspra ed inquietante, il cui ascolto tutto d'un fiato lascia boccheggianti alla fine dei suoi cinquantaquattro minuti di durata. L'oscurità della band lusitana giunge non dal ricamo di atmosfere e sfumature tetre e notturne ma dalla capacità di usare elementi talmente caldi e luminosi da accecare, bruciare ed oscurire la vista di chi la osserva.
"Join us": sono queste le uniche parole di Carmen nell'iniziale Truce. Un invito che suona al contempo come tentazione e monito, allorchè la promessa di The Last Sign Of Summer viene infranta: l'estate degli Ava Inferi è eterna, il giorno perpetuo, la calura, l'umidità e la siccità costanti. Non ci sarà tregua nei temporali, salvazione nell'autunno o riparo nel buio: Colours Of The Dark è una menzogna, e la verità arriva, dopo l'apparente distensione portata da Black Wings, nell'epica suite-capolavoro di Appeler Les Loups. "Tod Macht Frei", tanto per abbandonarsi ad infami semi-citazioni, e chi vuol capire, capisca. Inquietudine e tristezza si susseguono nelle successive Be Damned e Tempestade (che si apre sulle note di un estemporaneo Fado) e prima che giunga la rassegnazione di Memoirs, sono i tribalismi e le orge rituali della titletrack a consegnarci il sangue, il nettare di quel Bacco sordido e beffardo in un tripudio di percussioni, fragore e gorgheggi della Simões, che smette i panni dell'incantatrice per non indossarne alcuno, in perfetto stile da baccante.
La musica è finita, ma quella sensazione insopportabile di arsura e torpore permangono. Ho la bocca impastata, le tempie che pulsano, la testa che mi scoppia. Nausea e capogiro. Il sangue di Bacco mi ha beffato ancora, consegnandomi alle inclementi braccia della luce. Cerco di addormentarmi, prima o poi quest'estate dovrà finire. |
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