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    April 20

    Jucifer - L'Autrichienne


    Emicranie, camminate in circolo per la stanza, occhiate bovine verso il monitor: affrontare un album come questo non è esattamente ciò che si definisce un'impresa facile. Il secondo album su Relapse degli Jucifer, eclettico duo statunitense, è un lavoro di quelli che anche dopo numerosi ascolti rifiutano di collocarsi in una posizione definita negli schemi di valutazione di noi poveri scribacchini. E' per questo che tenterò, nella disperata impresa di non calamitare sulla mia persona ire funeste e scherni di ogni genere, di ricorrere all'aiuto di un "grande vecchio" per riuscire a parlare in modo compiuto e sensato di L'Autrichienne. Mi scuso sin da ora col defunto Georg Wilhelm Friedrich Hegel per l'indebito comodato d'uso che farò della sua Dialettica.

    TESI
    "La tesi è lo stato di partenza della dialettica, la semplice cosa in sé, per ciò che è. In questo stato le cose sono quelle che sono, si trovano in sé, il loro significato è quello palese ed evidente".
    L'Autrichienne è un album lungo, pesante e multisfaccettato. Il suo ascolto potrebbe essere paragonabile ad un giro sulle montagne russe di settanta minuti, periodo di tempo che mette l'ascoltatore di fronte a lente e costanti salite, improvvise e frenetiche discese e giri della morte che si palesano in momenti di calma contrapposti a spasmi d'adrenalina che a lungo andare causano assuefazione. Il sound del disco è in costante evoluzione tra suggestioni desertiche e settantiane, delicate ballate acustiche, sprazzi di rock minimale e post-moderno, massici rallentamenti sabbathiani che sfociano nello sludge più lurido e improvvise ed inaspettate esplosioni grindcore-noise (nel senso più cacofonico del termine). Il doppio filo rosso che lega le sonorità e le composizioni dell'album è rappresentato dalle distorsioni aspre ed acidissime delle chitarre e dalla voce di Amber Valentine, modulata a seconda delle atmosfere proprie dei pezzi ma capace di esprimere in ogni momento inquietudine, angoscia e un certo mal di vivere. Interessante notare come nonostante la disomogeneità degli elementi che compongono il disco, quest'ultimo risulti in ogni suo momento compatto e mai fuori fuoco, confermando quella strana regola vigente nel mondo della musica per cui il risultato va oltre la somma degli addendi.

    ANTITESI
    "L'antitesi è la necessaria negazione della cosa di partenza, per cui un'altra determinazione si oppone alla prima come parte diversa e contrapposta. La seconda fase è quella che costituisce la transizione: perché qualcosa muti è necessaria una negazione della cosa stessa, un cambiamento di essenza, un proiettarsi fuori di sé".
    Forzando un pò questo assunto, arriviamo a definire come contrapposizione alle musiche dell'album il suo apparato lirico: L'Autrichienne è un concept su Maria Antonietta e la sua collocazione negli avvenimenti che hanno portato alla rivoluzione francese. Una storia che senza soluzioni di continuità fluisce sino al suo epilogo lungo una serie di riflessioni, descrizioni ed episodi armoniosi e concatenati. In questo senso, il vorticoso turbinio di frammenti sonori eterogenei e spesso contrapposti tra loro spezza, decostruisce e distrugge l'armonia di cui sopra, mandando in cenere le immagini e le sensazioni di pompa, grandeur e barocchismo degli ultimi anni del 1700 francese in favore di una visione rabbiosa, scarna e volgare dell'insieme. Il linguaggio musicale degli Jucifer è semplice, popolare e diretto, e per questo la fusione tra musica e testi provoca un senso di fastidio simile a quello che "l'Austriaca" sucitava nei suoi sudditi.

    SINTESI
    "La sintesi è l'ultima parte del processo dialettico a tre stadi, è il momento in cui la tesi e l'antitesi si fondono in una nuova entità, la quale racchiude aspetti della prima e della seconda. La sintesi è il momento in cui l'oggetto del mutamento supera la negazione e riacquista un nuovo significato in cui si trovano sintetizzati sia elementi della cosa originaria sia elementi della cosa negata".
    Si può infine giungere al momento delle sentenze. L'Autrichienne si è dimostrato in virtù degli elementi di cui sopra un lavoro complesso, ambizioso e difficile. Un ascolto inadatto a chi dalla musica è uso aspettarsi determinate cose, un viaggio affascinante per tutti gli altri. La sua epica racchiude e si forma su pezzi semplici nella loro singolarità ma oltremodo versatili e poliedrici nell'impatto corale che esprimono lungo la durata dell'intero album. Basso, chitarra, batteria e voce rappresentano una fucina musicale essenziale ma incredibilmente esauriente e completa quando a maneggiarla sono degli autori eclettici e visionari come Edgar Livengood ed Amber Valentine, che si sono gettati in questa sfida senza remore o incertezze. Mai la rivoluzione francese è stata musicata in modo tanto azzardato, esplosivo e maleducato ed il risultato... Beh, dopo fiumi di parole sarebbe il caso di tastarlo con mano; mai come in questo caso l'assoluto rifugge ogni oggettivizzazione.

    April 08

    Crisedelia - s/t

     

     
    Un viaggio al centro del rock, un salto nel buio in un posto in cui a dettare legge sono le cose semplici come l'irriverenza di un riff slabbrato, un arpeggio, il sussurro di una voce sgraziata o lo scossone di una rapida rullata. E' proprio in quel luogo dove grunge e post grunge si incontrano, si scontrano e infine vanno a braccetto che nasce la musica dei Crisedelia.
     
    Il trio di Viterbo propone, nei brevissimi quattordici minuti che compongono questo demo autointitolato, una manciata di pezzi (6 per l'esattezza) corti, compatti e mantenuti a fuoco su un sound che, a detta del press sheet, affonda le sue radici nel suono fangoso e oscuro della scena musicale nordamericana e fa capo a band come Melvins, Dinosaur Jr. e compagnia bella, ma che di fatto trova la sua completezza formale nella tradizione italiana di gruppi come Verdena e Marlene Kuntz. Il tutto ovviamente retto dallo spirito della Seattle che fu, con gli onnipresenti Nirvana e Pearl Jam a guidare dall'alto le gesta del combo laziale.
     
    Va da sè quindi che la componente originalità si appiattisce fino a scomparire nel veloce flusso di note che compongono questo dischetto, ma è innegabile che canzoni come Fix Your America, Why Not o Birra 66 possano risultare estremamente piacevoli ai cultori del genere in virtù di grosse schitarrate che interpretano bene il dispotico ruolo di primedonne acide e svampite, ritmiche semplici e nervose e melodie che compaiono quel tanto che basta per dare identità ai pezzi.
    Ciò che non convince invece, è la voce: in un genere come questo, in cui i latrati al vetriolo dei singer sono il pane quotidiano, il cantato di 'Massimo Aka Cow' stenta ad incidere, risultando troppo forzato e troppo poco graffiante. Magari con qualche accorgimento in più in fase di produzione si sarebbero potuti ottenere risultati migliori, ma per il momento può andar bene così.
    L'attitudine, la passione e la conoscenza del genere proposto ci sono, i margini di miglioramento anche. Sarà solo il tempo a dire sei i Crisedelia riusciranno a conquistarsi uno spazio importante nella nicchia più sporca del rock italiano. Ascolto consigliato a tutti gli appassionati, gli altri passino pure avanti.
    April 02

    Audrey Horne - Le Fol

     

     
    Audrey Horne: un nome che ai più attempati e ai fans di David Lynch non può che ricordare uno dei personaggi di Twin Peaks, serie TV - capolavoro andata in onda in Italia nel 1990 - 91. E proprio come la scatenata adolescente in questione, l'omonima band norvegese si scopre nella scena musicale odierna in un ruolo non principale, adombrato da tante altre primedonne, eppure talmente intrigante ed affascinante da non risultare così facilmente dispensabile.
     
    Archiviato un debut album intitolato No Hay Banda (nome che guardacaso rimanda ad un'altra opera di Lynch, il film Mullholland Drive) e un equivalente norvegese del Grammy Award nella scorsa stagione, la band scandinava -formata da membri di Enslaved, Sahg e Gorgoroth- si ripresenta nel 2008 con questo Le Fol, disco che rivede, modifica e corregge la musica contenuta nel suo predecessore, sicuramente eclettico ed interessante, ma in egual modo caotico e male assemblato. Il sound proposto dai nostri potrebbe a ragion veduta rientrare nel filone dell'alternative metal, laddove con tale termine è possibile descrivere ed inquadrare tutto e niente. Post-rock, post-metal, post-grunge -insomma tutto ciò che è post- rivestiti di una notevole patina di modernità e di quel velo di cupa melodia che tra riffoni alla Disturbed e tastiere sempre in secondo piano eppure sempre incisive, si propone come riconoscibile marchio di fabbrica di un modo di fare musica tutto nordico.
     
    Sicuramente non innovativi ed originali ma piacevolmente freschi e frizzanti, gli Audrey Horne riescono a frullare nel proprio calderone sonoro una buona varietà di influenze, mutuate ora dagli A Perfect Circle (Monster, Bright Lights), ora dai fratelli maggiori Tool (Jaws, Afterglow), sino ad arrivare alla teatralità degli Arcturus più leggeri ed accessibili (Threshold) e all'invidiabile capacità di sintesi sonora dei Bush -ve li ricordate?- più ispirati (Hell Hat No Fury). Il risultato non è affatto male e l'impronta easy e melodica che il gruppo che impone alle proprie canzoni rende l'ascolto fluido e piacevole.
    Tra i pezzi migliori del lotto compare a pieno titolo l'opener Last Chance For a Serenade, che tra ruvide accelerazioni e repentine sgommate si dimostra ottima apripista, anche se un pò bugiarda riguardo al resto della tracklist che si muove su coordinate differenti, smorzando, anzi trasformando l'energia del primo pezzo in un inarrestabile flusso magmatico di note che viaggiano su tempi medi e grandi contrapposizioni di luci ed ombre giocate su notevoli aperture melodiche.
     
    Tecnicamente si viaggia su livelli ineccepibili, con una produzione che esalta il riffing di chitarra e basso e le ottime idee e i pattern fantasiosi della batteria di Thomas Tofthagen, restituendo un sound graffiante e corposo; dal punto di vista dell'esecuzione invece non ci sono soprese, data l'esperienza dei membri della band.
    Insomma, in un 2008 musicale che vede gli impegnativi ritorni sulle scene di nomi altisonanti come Testament o In Flames, una boccata d'aria fresca e una buona alternativa al 'solito' metallo pesante potrebbe incarnarsi proprio nell'ascolto di questi Audrey Horne, provare per credere. E se non avete mai visto Twin Peaks, iniziate a considerare l'idea che vi siete persi parecchio...