|
|
March 17
TESTI: Giuseppe Abbinante "Il Mentalista" FOTO: Valeria Di Chiaro "Starchild"
Tesla dà, Tesla toglie...
Cinque webzines presenti, un lavoro organizzativo febbrile e meticoloso, addetti ai lavori in fibrillazione, il solito dormiente pubblico barese eccitato nel suo esiguo numero, venghino signori venghino! Il dio del metallo (che in questa serata assume le fattezze del cornuto signore dei bassifondi divini) invia nel capoluogo pugliese uno dei suoi emissari estremi più malvagi e rispettati di sempre, accompagnato da un paio di luogotenenti che a forza di gomitate e cariche a testa bassa stanno guadagnando sempre più visibilità nel marcio emisfero metallico della nostra penisola. Con un atto di trascendenza al contrario, torniamo sulla terra e vuotiamo subito il sacco: per una scena musicale in continua crescita, per una piazza in fermento (più o meno) e assetata di musica, il concerto dei Rotting Christ rappresenta un evento col botto. E il botto c'è stato davvero, come vedremo in seguito.
Tocca agli Ingraved aprire le virili ed ostili danze metallurgiche. Presenti alla serata al posto dei greci Kenos (che accompagneranno assieme ai Disguise i Rotting Christ nelle altre date del tour italiano), i brindisini sono stati causa di nasi storti e mugugni di dissenso tra i sostenitori del potente death metal dell band ellenica di cui sopra ma, togliamoci subito il dente, alla fine della loro esibizione, tutti i mugugni sono stati sopiti e tutti i nasi raddrizzati. Personalmente, pur riconoscendo alla band pugliese un'ottima attitudine live, unita ad una solidità e professionalità di fondo che l'hanno giustamente proiettata nelle file alte dell'aunderground metallico pugliese, sono sempre stato scettico a riguardo dei suoi meriti musicali. Death metal potente e compatto si, ma privo di quei picchi qualitativi che ne giustificassero l'emersione a grandi livelli. Ebbene, quella che si è presentata quest'oggi sul palco del Nordwind discopub di Bari è una band diversa. Una band rinnovata. Una band che pur mantenendo salde le sue radici, sta mutando pelle, inglobando nel sound pesanti ed inedite influenze thrash e hardcore. E questa nuova incarnazione degli Ingraved piace, e non poco. Piace perchè il gruppo la interpreta con la giusta attitudine, piace perchè la potenza e il groove che esplodono nell'anfetaminizzato impianto del locale sono quelli delle grandi occasioni, piace perchè canzoni come Showtime For My Apocalypse, Bad Karma o Just My Life mostrano un gran tiro e una carica micidiale. La prestazione dei ragazzi è grintosa e violenta (convincono soprattutto Tony alla voce e l'amalgama chitarristico di Gian e Martin, un pò in ombra basso e batteria, in alcuni episodi troppo legnosa) e cala di intensità solo in pochissimi episodi, legati peraltro all'esecuzione di vecchi pezzi, segno che la band è pienamente proiettata nella sua nuova direzione. Da segnalare una battagliera cover di Blinded By Fear dei seminali At The Gates, foriera di pogo, urla e corna al cielo. E di pollici alti per gli Ingraved.
Dopo un rapido cambio di palco è la volta dei Disguise. I blacksters barlettani hanno dimostrato, nell'arco della loro esistenza come band, di avere i numeri giusti per entrare nell'olimpo del black metal approntando una crescita musicale e professionale inarrestabile, conquistando la ribalta nazionale con due album di grande spessore (Late è ascrivibile alla categoria dei capolavori minori del metal tricolore) e con una spiccata attitudine live. Quello che ci si aspettava dai cinque loschi e decorati figuri era niente più e niente meno che l'ennesima dimostrazione di forza e l'ulteriore conferma dello status di una delle migliori band estreme mai partorite dal tacco d'Italia. Niente sorprese quindi se alla fine dello show ci si guarda con una smorfia di compiacimento sul volto, scambiando un cenno d'intesa col metallaro di fianco, senza il timore di apparire omosessuali: una prestazione precisa e rabbiosa, un'atmosfera sinistra e malvagia, una grande presenza scenica, suoni nitidi e potenti e il successo è servito. A dire il vero manca il corredo di catene e l'assaggio di cervello da parte del singer Vastator Mentis e la chitarra di Dei Nuntius Mortis parte non graffiando a dovere a causa del volume un pò basso, ma in compenso la tastiera di Carnifex mai così udibile e un set di effetti speciali che corrispondono al nome di Decreasing Pleasure, Into The Black Void e di un'immensa Mother North (cover dei Satyricon, per i profani) mettono il punto esclamativo su un'esibizione così poco sorprendentemente positiva, terminata nel lungo ed intricato vortice di malvagità delineato dalle note della conclusiva Late (il metallaro di fianco mi sta ancora guardando compiaciuto...).
E' mezzanotte circa ed è giunta l'ora del main event della serata. I Rotting Christ sono una delle band più caratteristiche e personali dell'intero panorama estremo, un gruppo padrone di un sound pressochè unico, capace di marchiare a fuoco l'effige della propria patria natìa nell'egemonia tipicamente nordica che da sempre vige e regge il truce modo del black metal. Lasciatosi alle spalle un album che lo scorso anno ha letteralmente sbaragliato la concorrenza come Theogonia e un appena concluso tour americano, il combo greco si appresta a mettere a ferro e fuoco il bel paese cominciando proprio dal capoluogo pugliese. Interessante si preannunciava la valutazione della resa live di un sound così particolare e ricco di svariate influenze, maniacale era la curiosità di vedere all'opera una band così vicina a noi per cultura e latitudine, eppur così lontana per tradizioni musicali. E se la potenza del metal fosse stata sacrificata per lasciare spazio alle ingombranti sonorità folk? E se invece l'impatto metallico del live avesse cancellato o lasciato poco spazio a tali caratteristiche? Che tipo di show, che tipo di approccio aspettarsi?
...
Per chi è pratico di forum e MSN messenger: immaginatevi la faccina con gli occhi sgranati e otterrete la fotografia esatta di tutti i presenti dopo i primissimi minuti di concerto. Per tutti gli altri, posso dire che i Rotting Christ sono una band di una potenza spaventosa, un gruppo capace di coniugare in sede live l'immane violenza del black metal e le raffinatezze stilistiche presenti negli studio album in modo del tutto naturale e spontaneo. L'atmosfera che si instaura dopo le primissime note della marziale intro è sacrale e maligna, l'inarrestabile fluire di note crea una spirale di violenza allo stesso tempo istintiva e controllata che risulta in un sound compattissimo e devastante, un gigantesco macigno sonoro che mostra i suoi preziosi intagli solo quando è ormai troppo vicino a distruggere qualsiasi cosa sotto il suo peso. Il pesantissimo tocco del batterista Themis Tolis e il basso pestato di Andreas Lagios creano una base ritmica trascinante e furibonda, mentre le trapanate chitarristiche di Giorgos Bokos e Sakis Tolis (che la nostra fotografa ed attenta fisionomista Valeria riconosce come gemello separato alla nascita di Tony Kakko dei Sonata Arctica) straziano e lacerano in virtù di riff nervosi, riconoscibili e particolarissimi. La partecipazione del pubblico si palesa in una maratona di pogo, canto e spintoni e sottolinea l'intensità pazzesca di uno show che procede come un carrarmato senza il minimo tentennamento e la minima incertezza sotto la guida di un Sakis che fa il diavolo a quattro anche dietro al microfono (sappiate che il diavolo sputa parecchio). A riconferma della forza di Theogonia, il momento più spettacolare dello show, dopo pezzi del calibro di Athanatoi Este e King Of The Stellar Wars, arriva sulle note dell'acclamatissima e spietata The Sign Of Prime Creation. Una ferina e brutale dimostrazione di classe, l'opera di un malvagio demiurgo intento a rendere tangibile il clima di esaltazione e rabbia creatosi sino a quel momento, motivazione convincente affinchè il sottoscritto abbandonasse la sua professionale ed ascetica partecipazione al concerto, gettandosi nel pogo a corpo morto. E proprio durante la rincorsa... Blackout! Buio. Silenzio. Salta l'impianto elettrico. Sguardi imbarazzati. Ripristinato l'impianto, si ricomincia con la stessa canzone: altro blackout. Sguardi preoccupati. Cambia la canzone (si passa a The Sign Of Evil Existence) ma non il risultato: blackout. Sguardi disperati. Si riprende per l'ennesima volta ma... indovinate? Blackout, esatto. Sguardi spenti. Per la band è troppo, i quattro scendono dal palco e mentre gli attivissimi tecnici del locale cercano di individuare e riparare il guasto, ci si rende conto che il concerto finisce qui.
Ancora oggi non si capiscono i motivi del fattaccio, si prendono in considerazione varie ipotesi, dal minidisc malfunzionante dei Rotting Christ ad una ciabatta in corto circuito. Ma niente pare confermato. Rimane solo l'amaro in bocca a fare da sipario ad una serata che giustamente la gestione del locale ha definito devastante sia in positivo che in negativo. Personalmente, preferisco pensare alla mia improbabile, blasfema e poetica morale: semplicemente questa sera Cristo non aveva intenzione di marcire ancora. E ha giocato uno scherzetto a tutti. Oppure gli dava solo fastidio quel 'Non Serviam' inciso sul manico della chitarra di Sakis Tolis. March 04
Più di qualsiasi altro sottogenere metal, il black è quello che per genesi, per natura o per missione si è fatto portatore di un messaggio, ierofante del male in tutte le sue forme -da quelle più pure a quelle più artefatte- e alfiere di una cultura in alcuni casi totalizzante che va ben oltre la musica. Facendo leva su una potenza espressiva senza eguali nel panorama metallico, diverse band hanno approfittato in passato (ma anche più recentemente) della devozione quasi religiosa dei propri fans per far passare messaggi pericolosi o, nei casi più estremi, farsi giustificare (o idolatrare per) atti a dir poco sconsiderati che, visti dall'esterno, sembravano essere totalmente sconnessi dalla dimensione concettuale/musicale delle band ma che, contestualizzati ai paradigmi intestini di alcuni movimenti del sottobosco generatore delle band stesse, assumevano valenze quasi ritualistiche.
Da qui all'accoglienza dubbiosa che un recensore pugliese può riservare ad un gruppo che porta fiero nel retro copertina la dicitura "north italian black metal" e adotta un nome in apparenza nazistoide come "Kaiserreich" il passo è breve. Il sospetto è che si voglia far passare un messaggio elitario e razzista; il timore risiede nell'intolleranza e l'insofferenza intellettuale che impedirebbero una recensione obiettiva in quanto, ripeto, il black metal non può essere "solo musica".
Fortunatamente, a raffreddare i bollenti spiriti ariva il press sheet della Black Havoc Productions: "A dispetto del nome, i Kaiserreich non sono una band politicizzata o NSBM (National-Socialist Black Metal), sebbene le idee dei membri dovrebbe essere chiare (?). I Kaiserreich non sono una band satanista o dichiaratamente anticristiana. Il nome Kaiserreich significa "regno dell'imperatore" e mira alla magnificazione di un nuovo ordine sotto la guida della suprema e intensa volontà che giace, infranta, nel profondo di coloro che sono fieri e degni".
Un concept nietzcheiano quindi che scioglie, pur col beneficio del dubbio (nel booklet non sono presenti i testi -eccezion fatta per la poetica A Noi La Notte- ma solo frasi tratte dalle liriche di ogni canzone), il pressante nodo concettuale.
L'aspetto squisitamente musicale del progetto Kaiserreich invece ha ben poco di nascosto, velato o liberamente interpretabile: si tratta di puro black metal vecchio stampo, quel black metal che nella metà degli anni '90 ha reso grandi nomi come Darkthrone o Gorgoroth. Quel black metal che partendo dall'esecuzione grezza, diretta e ferale delle sue spasmodiche trame, arriva a creare atmosfere crudeli, gelide e malate. Assolutamente apprezzabile è il riffing della coppia Pest-Abraxas, mirato a creare agghiaccianti melodie che riportano alla mente i primi Judas Iscariot e rendono, pur con le limitazioni del genere, i brani tutti riconoscibili tra di loro. I potenti e perpetui blast-beat della batteria di Krieg costituiscono un apporto ritmico spietato e inarrestabile e nella loro solida immutabilità riportano la musica dei Kaiserreich al tempo in cui la doppia cassa che animava album come Transylvanian Hunger (a cui i nostri devono molto) o Battles in The North assumeva connotati ipnotici e tribali e suoi ritmi impossibili scandivano macabri rituali consumati in orgie di decibel. La voce di Serpent Est, dal canto suo, dona al tutto un'aura mortifera e maligna in virtù di uno screaming istintivo ed incisivo.
Insomma questo KRRH non riesce (o non vuole?) andare oltre il solito black metal a cui i fan del genere sono abituati da ormai quindici anni. Eppure, se quel "solito black metal" continua a fare ancora proseliti una ragione c'è e si può ritrovare tanto nel significato che si è cercato di esprimere nelle righe in testa alla recensione quanto nella forza e nella potenza che pezzi come Aurora Bleeds, Ravencrowned o Cross As A Diadem continuano a conservare tra le proprie spire. Forza e potenza che per i cultori hanno un nome preciso: quello della nera fiamma.
|