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February 19 Private Kill - No Fear
Ci sono band che conquistano l'attenzione prima ancora di arrivare al fatidico passaggio del lettore ottico. Ci sono gruppi che, grazie ad un artwork particolarmente intrigante, una biografia insolitamente completa o in generale una presentazione ben studiata ed attraente, riescono ad alzare di molto le aspettative riguardo al proprio lavoro. Alcuni di questi poi sono in grado, appena fatto il trionfale ingresso nello stereo, di mandare in frantumi le aspettative e le belle speranze create in precedenza.
Questo fortunatamente non è il caso dei Private Kill. No Fear, EP d'esordio della band barese, si accompagna ad una delle migliori auto-presentazioni che mi sia capitato di osservare e anzi, se la memoria non mi inganna, direi che sono a cospetto della migliore in assoluto fino a questo momento. Dai motivi che hanno portato alla scelta del proprio monicker all'esplicazione track by track delle esigenze emotive ed artistiche che hanno ispirato le canzoni; dal compendio sull'uso delle maschere on stage all'illustrazione della filosofia del progetto dei 6 "killers", tutto è descritto con passione e grande cura dei dettagli. A tal proposito non voglio anticipare niente per non rovinare il piacere della sorpresa a chiunque voglia avvicinarsi alla band (e per non scadere nello sterile esercizio di millantazione di conoscenze che non mi appartengono), vi basti sapere che l'universo dei Private Kill è profondo e affascinante, oscuro e complesso, e la loro musica ne è solo una parte.
La musica, appunto: ciò che il gruppo intende perseguire sotto il profilo artistico è la creazione di uno stile unico e personale, che riecheggia nella concezione moderna dell'hard rock e dell'heavy metal. Per semplificare il quadro, la biografia riporta i nomi di Linkin Park, Alterbridge, Breaking Benjamin, Rage Against The Machine e 3 Days Grace, mentre dall'ascolto del cd emerge quella che a parere del sottoscritto è un'evidenza diversa: dei nomi appena citati c'è qualche riff ma non ci sono le strutture, non ci sono le cadenze e neanche le accordature. Chitarre ribassate si, ma fino al limite consentito dall'ugola di Rachel O' Neill, dotato di una grana vocale alquanto "Bonjoviana", ed è proprio questo aspetto che a mio avviso consente alla band di ritagliarsi uno spazio proprio e inviolabile nel marasma sonoro delineato dalle band sopracitate: lasciandosi sedurre dalla modernità in modo relativamente nuovo e non convenzionale, i Private Kill individuano il cuore pulsante del proprio sound nella melodia, e prendendo le mosse da certo hard rock ottantiano, si fanno carico di rivestirla dei suoni duri e scintillanti del nuovo millennio, dando vita così ad un sound mutevole e in continua evoluzione che arriva a toccare lidi alternativi, in alcuni punti prossimi al nu-metal, in altri addirittura all'emo.
Il risultato è un platter di sette tracce ispirato, eterogeneo e multiforme che mantenendo ben salda la ragione melodica dei pezzi riesce, grazie alla sperimentazione e alla ricerca sonora, ad innestarvi tutti quegli elementi di modernità che ne caratterizzano il sound. Si passa così dal riffone che spezza la strofa ed introduce un estemporaneo breakdown al sapiente uso di tastiere, synth, elettronica ed effettistiche varie che sottolineano e "colorano" i motivi chitarristici e vocali di ogni pezzo, diventandone a volta protagonisti.
Tra i pezzi migliori del lotto, testimoni dello scontro tra le diverse anime e influenze che danno vita alla musica dei Private Kill, abbiamo I Can't Wait, Tears Like Rain, No Fear e The Last Prayer. Da un lato, le prime due stanno ad indicare la genesi, il punto di partenza e il cuore classicamente hard rock della band (I Can't Wait suona come un aggiornamento al nuovo millennio di una certa Slave To The Grind mentre Tears Like Rain eredita la tradizione delle ballatone ottantiane di gruppi come Tesla e Steelheart); dall'altro si ritrovano la voglia di sperimentare, di creare qualcosa di proprio, di plasmare un personale concetto di musica moderna. Nel mezzo ci sono canzoni come Slippin' Away e On The Edge che vanno ad inserirsi e a completare lo spettro sonoro proiettato dalla band, che nella sua ampiezza e nelle sue progressioni non mancherà di soddisfare i più disparati tipi di ascoltatore.
Per quanto detto sinora, per dare ai lettori un assaggio del mondo Private Kill, mi sembra doveroso concludere la recensione con le stesse parole della band che, per quanto altisonanti, non sono distanti dal vero; sarà pratica privata poi giudicare, riflettere, pontificare. Ma soprattutto -spero- ascoltare:
Private Kill e' un nuovo suono.
Nato in silenzio ed esploso in un suono duro con venature elettroniche. Private Kill e' un'idea di musica non originale. Non innovativa, e' unica. Una realta' che spiazzera' l'ascoltatore. Private Kill e' un nuovo modo di intendere il Rock. |
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