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February 18 Confusion Gods - At The Gates Of Confusion
At The Gates Of Confusion è il terzo demo dei Confusion Gods, gruppo emiliano che nel giro di pochi anni è riuscito a formarsi, rilasciare un demo, sciogliersi, riformarsi, cambiare sound e trovare una lineup stabile con cui rilasciare un secondo demo. Tutto questo succedeva dal 1997 al 2002, periodo tumultuoso per la band, che nei cinque anni successivi sembra trovare maggior equilibrio con l'ingresso in pianta stabile di due nuovi membri e nuovo smalto per la composizione dei pezzi che andranno a finire sul quipresente demo.
Fautore di un black/death metal che trae ispirazione dalla scena polacca per poi prenderne le mosse e virare verso lidi decisamente più melodici, il combo di Reggio Emilia non rinuncia ad certo grado di fruibilità della propria proposta, anche quando ciò va a dispetto della brutalità o dell'impatto devastante che richiede il metal estremo di certa fattura. Questo comunque non significa che il sound dei nostri sia fiacco o privo di mordente: i sei pezzi che compongono il platter infatti sanno dimostrarsi compatti ed aggressivi, potenti e graffianti, e trovano nell'alternanza tra stacchi tiratissimi e momenti più atmosferici e morbosi il proprio punto di forza. La cura del songwriting e l'affiatamento della coppia di asce di Difu e Max sfociano in ottimi pezzi come Ghost e Fucking Spiritual Priest, momenti migliori di un dischetto che durante i suoi 29 minuti di durata (chiosati da una curiosissima ghost track dal flavour industrial) sa dimostrarsi sempre vario e interessante, vivo e piacevole.
Tuttavia il lavoro non è esente da qualche difettuccio, primo tra tutti la mancanza di originalità che sempre più sembra congenita ai generi di foggia estrema. Altro neo di questo demo è la registrazione: purtroppo le autoproduzioni danno spesso risultati modesti e la mancanza di pecunia a cui solo una label può ovviare è un grosso limite per la qualità di un prodotto musicale, quindi l'effetto "casalingo" suscitato dal suono del cd è considerabile come peccato veniale. Da migliorare assolutamente invece sono le trame ritmiche, sin troppo ripetitive e stucchevoli, che a volte stridono con la qualità esecutiva e l'ottima varietà espressiva delle due chitarre.
Tirando le somme, si può affermare che dopo le innumerevoli peripezie che la band ha attraversato nel corso degli anni, un passo deciso verso la quadratura del cerchio è stato compiuto con At The Gates Of Confusion. Aspetteremo con fiducia i passi successivi. February 15 Death - Scream Bloody Gore
Acerbo, ingenuo, grezzo e spigloloso, Scream Bloody Gore si abbattette nel panorama heavy metal degli anni ottanta con gli effetti devastanti di un uragano. L'opera prima dei Death, band floridiana capitanata dal compianto Chuck Schuldiner, è uno di quei dischi che al di là del proprio valore intrinseco acquisiscono importanza fondamentale perchè capostipiti di un nuovo genere, portatori sani del morbo dell'innovazione, untori di una nuova malattia musicale di cui il mondo non può fare a meno di ammalarsi.
Il Death metal parte da qui. Anche se esiste una corrente di pensiero pronta ad assegnare la paternità del genere ai Possessed e al loro Seven Churches, ritengo personalmente che il primo, vero, fulgido esempio di "metallo della morte" sia contenuto nei solchi dell'esordio discografico del combo di Long island. Perchè mentre Seven Churches restava legato a doppio filo al thrash metal degli Slayer, Scream Bloody Gore dimostrava che si poteva suonare in maniera persino più violenta. Perchè i Death avevano appena fatto capire al mondo metallico che si poteva essere musicalmente ancora più malvagi di Venom e Celtic Frost. E ancora più rumorosi di Sodom e Kreator. E perchè uno dei tratti distintivi del genere, il cantato in stile growling, è stato sperimentato per la primissima volta proprio in quest'occasione. Non vi basta? Aggiungeteci allora un'iconografia visiva e lirica incentrata su morti, squartamenti, sangue, ossa, cadaveri e putrefazione ed otterrete l'archetipo del Death metal, vademecum irrinunciabile ripreso ed ampliato in seguito da band che oggi si considerano fondamentali per il genere come Morbid Angel, Obituary o Sepultura.
"Thrash metal da macellai", era questo l'epiteto che un mondo musicale ancora impreparato al tremendo impatto della nuova corrente metallica affibbiava a tale musica. E il macello sonoro sprigionato nei 37 minuti di Scream Bloody Gore non conosceva pause, incertezze o cedimenti. L'heavy metal, che mai prima di allora si era mostrato così ferino, lacerante e violento, raggiungeva nei dieci pezzi dell'album la sua forma più corrotta, sporca ed impura. Un punto di non ritorno che porterà ad evoluzioni estreme che oggi tutti conosciamo e tendiamo a dare per scontate, ma che nel 1987 assumevano la forma di una bestia strana e pericolosa, tanto affascinante quanto repellente. Canzoni come Infernal Death o Baptized In Blood, pezzi celebri come Zombie Ritual o Torn To Pieces non sono certamente caratterizzati da un brillante songwriting o da una strabiliante esecuzione tecnica -anzi a dirla tutta le composizioni appaiono ad un primo ascolto confuse, fracassone e tutte uguali- ma se qualsiasi death metal band al mondo le ha provate almeno una volta in garage un motivo ci sarà. Sarà che le ritmiche di batteria e chitarra sono talmente elementari da rendersi appetibili a tutti coloro che muovono i primi passi nella musica? Sarà che i cambi di tempo sono spontamente lerci e per questo meno spaventosi di quanto potrebbero apparire? Sarà che gli assoli di chitarra sono sparati caoticamente nel mezzo? Sarà, ma mi piace pensare che la furia sprigionata da quei pezzi, la carica incendiaria di pochi e ripetuti accordi messi in croce a velocità esagerate, la rabbia incontenibile di un cantato istintivo e selvaggio siano in grado di arrivare al cuore di chi nella musica cerca genuinità, ardore e passione.
Scream Bloody Gore rappresenta una promessa: la promessa che da quel momento in poi niente sarà più come prima, la promessa di una continua e strabiliante evoluzione del metal estremo, la promessa personale che il mitico Chuck Schuldiner fa alla musica e a chi la ama. E tutti quelli che non si sono lasciati spaventare dalla forza d'urto del nascente death metal e dalla soglia della cacofonia che avanzava sempre più pericolosamente, tutti coloro i quali sono stati disposti a credere in quella promessa, sono stati ripagati con capolavori inestimabili come Leprosy, Human o Symbolic, album molto diversi tra loro, ma legati indissolubilmente dal genio straordinario di un artista che al giorno d'oggi manca al mondo del metal forse come nessun altro. Per tutti questi motivi, e forse per mille altri da ricercarsi esclusivamente nell'individualità e nella sensibilità di ogni ascoltatore, Scream Bloody Gore è un disco dal valore inestimabile. February 01 President Evil - Hell in a Box
E dopo il death n' roll degli Entombed e il Black n' roll dei Carpathian Forest poteva forse mancare il thrash n' roll? Certo che no, e a dare un ulteriore scossone ai vari Elvis Presely e Ricky Nelson che da anni ormai non fanno altro che rivoltarsi nelle loro tombe, questa volta ci pensano i President Evil.
Ma cos'è 'sto thrash n' roll? Beh, secondo l'interpretazione della band teutonica basta prendere thrash metal (pochino), punk (abbastanza) e stoner / rock n' roll (parecchio), sbatterli in un calderone ribollente di voci sgraziate, chitarre distorte, ritmi frenetici e bassi slabbrati e tirarne fuori quello che capita senza pensarci troppo e senza paura di bruciarsi le mani. La ricetta dei President Evil arriva con questo Hell in a Box alla seconda portata, a seguito di quel Thrash n' roll Asshole Show di due anni fa a cui la musica dei nostri resta anche oggi ancorata per intenzioni e per sonorità. La proposta dei President Evil si dimostra fresca, divertente e coinvolgente, con l'unico neo di mostrare la corda già dopo pochi ascolti e poche canzoni. Mi spiego meglio: gli undici pezzi del platter sono essenziali, potenti e tirati ma vuoi per le limitazioni che il genere sembra imporsi sin dalla nascita, vuoi forse per una scarsa capacità della band di rendere variegato il proprio songwriting, si ha l'impressione che le canzoni si assomiglino tutte un pò troppo e l'euforia iniziale che il disco riesce a sprigionare si spegne dopo pochi minuti per mostrare il fianco alla noia e alla ripetuta sensazione di già sentito. Questo fa di Hell in a Box un album ideale per le sbronze con gli amici, per le scorrazzate in auto a suon di musica fracassona e per il divertimento musicale fatto di volumi alti ed headbanging, ma nulla di più.
D'altro canto, una produzione che esalta le frequenze basse per donare al disco un sound pieno, corposo ma assolutamente grezzo e rumoroso sui toni più alti la dice lunga su dove la musica dei President Evil voglia andare a parare. Suoni decisamente adatti alla causa, ma in vero non un granchè se ci si vuole abbandonare all'ascolto più attento. Ciò si riflette sulla struttura dei brani fatta di pochi riff, poche variazioni sul tema, poca tecnica ma tanta attitudine e voglia di spaccare tutto. In questo senso particolarmente riuscite appaiono la Titletrack, The Return Of The Space Cowboys e la conclusiva New Junk City ma come già detto prima, il resto risulta troppo uguale a sè stesso per destare veramente attenzione.
Insomma, simpatici e scanzonati, tosti e determinati, i President Evil si gettano nella mischia con la loro grinta e i loro limiti. Prendere o lasciare. |
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