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    December 30

    Zdreus - Just an Assay!

     
     
    Prima di lanciarmi nella descrizione della musica dei debuttanti Zdreus, mi sembra doveroso precisare che tale monicker proviene da una parola dialettale ("sdreuso") che significa strano, sghembo; che la copertina della demo consiste in un'improbabile ultima cena punk i cui protagonisti sono Nosferatu, due omosessuali intenti a slinguazzarsi e una Marilyn Monroe con tanto di davanzale gonfiato a dismisura e che il chitarrista della band, tale Frenzy Freak, si fa vedere sul palco e in foto soltanto con la sua maschera da mostro.

    Detto questo, cosa ci si può aspettare da tipi del genere? Prog metal colto e raffinato? Pop-rock da classifica? Musica popolare Uzbeka? Bè, prendete i cazzeggi dei System of a Down, le lune storte che tanto fanno incazzare gli Slipknot e un tocchetto di schizofrenia compositiva dei Faith no More ed otterrete una base di partenza per la comprensione di ciò che i giovanissimi baresi definiscono "Entertainmetal". Termine che con provocatoria ironia si fa schernitore concettuale di alcuni dei più efficaci oppiacei della società moderna come ad esempio televisione e religione (proprio a volerne prendere due a caso). La traduzione musicale di tale sarcasmo lirico è altrettanto intelligente e pungente, e si snoda attraverso una manciata di pezzi che alternano con scioltezza granitiche digressioni hardcore, stacchi jazzati, momenti di nonsense, riffoni panteriani e ritornelli di gran presa in stile nu-metal. Elementi che si ritrovano tutti mescolati e sbattuti in faccia all'ascoltatore sin dalla prima traccia Brain's Tapeworm, manifesto musicale della band. L'allucinante viaggio nella musica degli Zdreus continua più o meno sugli stessi binari per i restanti quattro pezzi, passando per un'enciclica metallica contro tale Ratzman (indovinate chi è?), una First Prize leggermente sottotono rispetto al resto del lavoro, le violente sfuriate hardcore di Entertainment For All The Family e l'allucinata e fangosa Monnalisa Turquoise.
     
    Notevoli sono la padronanza tecnica del combo pugliese e la sua abilità nel destreggiarsi tra le più disparate influenze, mostrando in tal modo una disinvoltura nel maeggiare e plasmare una materia sonora non certo di facile trattamento che non è sicuramente comune tra i gruppi che si possono definire alle prime armi. Particolarmente efficaci si dimostrano il graffiante lavoro alla chitarra di Frenzy Freak e le ritmiche potenti e contorte del batterista Godzildijan, mentre la prestazione di Red Zdreus al microfono riesce a dare coesione al tutto, passando per una buona varietà di registri espressivi che valorizzano sia i momenti più tirati sia quelli più folli della musica degli Zdreus. Unico neo (ma qui si ricade nei limiti delle autoproduzioni) di questo lavoro è un sound a tratti eccessivamente sporco che spesso oscura il basso di Paul Sin e che inspiegabilmente cade di tono sul terzo e quarto pezzo. Considerate comunque tutte le attenuanti del caso e la qualità e l'ispirazione di questo Just An Assay!, non si può non premiare la personalità e la voglia di rompere gli schemi degli Zdreus, e io personalmente non posso non stropicciarmi gli occhi pensando che tale esplosione di vitalità arriva direttamente dalla mia sonnecchiante provincia. Bravi.
    December 29

    Rock Tales

    Il rock. Una parola elusiva.
    Basta aggiungerle un attributo, ed il significato cambia. Wikipedia afferma che il rock and roll è un genere musicale nato negli Stati Uniti negli anni cinquanta e in seguito diffusosi rapidamente in tutto il mondo. Letteralmente "rock and roll" può essere tradotto con "ondeggia e ruota"; il rock'n'roll nacque infatti innanzitutto come "musica da ballare", con uno stile specifico di danza derivata dal boogie-woogie, ballo di origine afro-americana molto diffuso nell'immediato dopoguerra.
    Appare evidente quindi il divario con i generi derivati, ed a noi più familiari, tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta.
    Hard Rock. Rock Psichedelico. Rock Progressivo. Sono tutte etichette, ma allo stesso tempo sono molto più che semplici etichette. Sono modi di pensare diversi. Sono attitudini. A seconda della decade in cui si è vissuti, a seconda delle scelte fatte nella vita, il rock ha influenzato in maniera diversa il modus vivendi.
    E' con questa premessa che vi presento un saggio triplo: 3 voci di età e di pensiero differente si alterneranno nel tentativo di descrivervi la loro personale interpretazione di questa musica.
    E dopo la LORO esibizione rock, vorremo vedere anche la VOSTRA. Dovrete salire sul palco e a torso nudo urlare il vostro modo di vivere la musica. Il migliore commento potrebbe diventare un nuovo articolo in home page, quindi...dateci dentro, l'ultima parola spetta a Voi!

    Renato Zampieri "Renaz"





    Giuseppe Abbinante "Il Mentalista"
    Quando cominci a crescere sul serio, quando la definizione di ragazzo comincia ad andarti stretta e quella di adulto non ti fa più così paura (periodo collocabile temporalmente da qualche parte tra i venti e i trent’anni), quando guardandoti attorno cominci ad individuare a pelle coloro che hanno mosso i primi passi sul sentiero della vita nel tuo stesso momento, è inevitabile fare confronti, paragoni, considerazioni. E’ finito il tempo della scuola o dell’università, è finito magari il tempo in cui un lavoretto qualsiasi ti garantiva quei due soldi necessari a soddisfare le esigenze più superflue, il tuo pensiero comincia ad assumere prospettive più concrete e ti rendi conto che il sogno di diventare rock star o astronauta l’hai già abbandonato da un pò. E’ in questo periodo che cominci a mettere da parte le passioni, i sogni e le aspirazioni perché la vita vera comincia a far pesare su di te il suo spietato richiamo, è in questo periodo che il cervello comincia ad abituarsi all’idea che la routine quotidiana è l’unica realtà che ti è concesso elaborare, è in questo periodo che l’alcool o il fumo o le droghe da weekend diventano una via di fuga da quella realtà talmente attraente che quando ti accorgi del problema ormai ci sei dentro fino al collo. O magari sei già due metri sottoterra. Ma è davvero così grigia la prospettiva? Non ci insegnano forse che vita è bella?

    La vita è bella finchè si continua a cercarne la bellezza. E non è trovarla il fine, ma continuare a cercarla. Il senso del bello è presente dappertutto, dall’estetica delle cose al significato che le stesse portano con sé, e in accordo con la massima che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, bello può essere un dipinto o un corpo, ma anche un muscolo sezionato o un cervello sotto formalina (ad esempio per un chirurgo). E non dico interessante, dico proprio bello. Ciò di cui non ci si accorge è che in età matura molto spesso la ricerca del bello viene sostituita, o nel caso peggiore confusa, con la ricerca del necessario. Pressati dai problemi di tutti i giorni, schiacciati dal peso delle responsabilità, la nostra personale ricerca volge alla sicurezza economica, il mantenimento della famiglia, la casa, l’auto, il lavoro. Viviamo in un’epoca profondamente diversa da tutte quelle che ci hanno preceduto (alla mia stessa età, nel 1981, mio padre aveva già un figlio, il sottoscritto) ma gli esseri umani, noi, siamo sempre gli stessi. Abbiamo sempre gli stessi schemi di pensiero ma subiamo influenze diverse. Qualsiasi cosa è potenzialmente in grado di appagarci, ovvero di stimolare la produzione di endorfina e dopamina, ma il motto dell’uomo moderno è “tutto e subito” ed ecco perché allo sviluppo di una qualsiasi passione (lettura, scrittura, giardinaggio, musica, e la lista potrebbe andare avanti all’infinito) che richiede tempo, pazienza e dedizione, si preferisce il consumo: sesso. Calarsi qualche acido. Ubriacarsi. Sballarsi. Non c’è tempo per portare avanti un’attività di mero diletto personale, sembra sia noioso dedicarsi alla propria crescita culturale al di fuori di una struttura che la impone come una cosa da subire passivamente. Non è divertente. E’ una perdita di tempo.

    Eppure c’è ancora chi ci crede. C’è ancora chi sa sognare. C’è ancora chi si oppone al processo di invecchiamento mentale alimentando di giorno in giorno il fuoco della propria passione. Voi che leggete queste righe siete accomunati a me che le scrivo dallo stesso amore, quello per la musica rock. Quelle stesse sette note che secoli continuano ad intrecciarsi, rincorrersi, fondersi, disporsi sulle righe di un pentagramma in attesa di gettarsi nel fugace e violento abbraccio di uno strumento per poi essere gettate via e sostituite da nuove versioni di sè stesse. Sapreste immaginarvi una qualsiasi giornata completamente priva di una qualsiasi colonna sonora? Io no. Potreste fare a meno dell’ascolto della vostra musica preferita in un momento speciale, non importa se buio o felice? Io neanche per idea. Sareste in grado di offrire l’olocausto della vostra passione in nome di qualcosa di più necessario? Per me non se ne parla proprio. Ecco perché non importa quanto ripetitiva, fiacca e faticosa può essere la giornata, fin quando potrete rinfrancarvi nella vostra passione, la stessa giornata non vi sembrerà mai incolore, triste o insopportabile, e non importa se gli amici o i parenti vi giudicano perché vivete la vostra passione, prima o poi troverete qualcuno con cui condividerla. Avete notato quante volte ho usato la parola ‘passione’ in queste ultime righe? Magari avrei potuto usare qualche sinonimo ma non ho voluto, perché quella è la traduzione naturale della parola ‘rock’ nel mio cuore prima ancora che nel mio cervello. L’arte di Euterpe mi ha cresciuto, mi ha svezzato, mi ha infiammato, mi ha consolato, in una sola parola, mi ha amato. E io ho amato lei. E continuo a farlo sempre e ogni giorno di più. Continuo a ricercarne la bellezza. Il mio pensiero continua a cibarsene. La mia anima a crescere. E a mantenersi giovane. Perché solo quando cominci a crescere sul serio tendi a dare importanza a certe cose, come ad esempio al cartello esposto in vetrina in un negozietto di musica jazz della mia città, ormai chiuso da tempo per la morte del suo gestore. Sapete cosa c’era scritto su quel cartello?

    “Chi smette di ascoltare comincia ad invecchiare”.



    Francesco Gallina "Raven"
    Ci sono dei giorni in cui ti sembra di appartenere ad una razza aliena, e che qualcuno deve averti depositato su questo assurdo pianeta forse per sbaglio, forse proprio per liberarsi di te; guardi tutti gli altri rinchiusi come te in queste maleodoranti scatolette di latta, tutti con la stessa espressione insofferente di quelli che sanno che per percorre uno o due chilometri impiegheranno un tempo spaventosamente lungo, lo stesso che impiegherebbero a piedi, e guardi quegli sguardi spenti, quegli occhi scoloriti dagli scazzi giornalieri moltiplicati per anni e anni di lotta quotidiana per sopravvivere, e li vedi smanettare istericamente, oppure meccanicamente, con lo stereo nel tentativo di trovare una stazione con un DJ ancora più deficiente del solito, per distrarsi con le sue idiozie.

    Ed allora ti accorgi che tu invece la radio non la ascolti mai, c’è sempre un Cd che gira nel lettore, ed anche se centinaia di altri sono stati inghiottiti da quella fessura e letti da quel laser, anche oggi c’è la voce di Brian Johnson che ti morde la nuca, e le mente torna ai pomeriggi trascorsi girando con la moto a fare solo un po’ di casino prima di andare in sala prove, alle birre nei pubs circondati da paninari supponenti che ti guardano come un appestato, alle schitarrate con l’imitazione della Flying V sul portone del liceo in mezzo al traffico, a tutte le ragazze-bene che non ti hanno mai voluto nemmeno parlare, e poi alle serate in macchina con Judas, Maiden, ed Ozzy a sussurrarti che si, loro si che ti capivano, al contrario della massa di coglioni che ti circondava.

    Forse qualcuno di quelli che mi stanno intorno un tempo era come me, Cristo… chissà dove succede? Chissa’ qual’ è il momento, l’attimo preciso in cui ci si arrende, quello in cui si dice: “Ok, va bene, avete ragione, ora metto la testa a posto”? Bè, io non lo so, io la testa a posto non l’ho mai messa, non mi interessano nemmeno le risatine dei colleghi mentre mi vedono leggere un pezzo mio o di qualcun altro su Metallized, non mi interessano gli sguardi dei vicini mentre esco di casa con i miei Cd in mano da ascoltare, ed anche questi pochi capelli che mi scendono sulle spalle, quel chiodo che non indosso da anni appeso nell’armadio che mi ha seguito in tutti i traslochi, questo stesso pezzo che sto vomitando nel pc, questa immortale “Back in Black” che mi scuote come un quindicenne e mi fa agitare nell’abitacolo della macchina come un cretino, in fondo stanno tutti urlando fuori dal finestrino la stessa cosa: NON MI AVETE AVUTO!! NON MI AVETE CAMBIATO!! Mi avete strizzato e mi state ancora strizzando per bene, MA NON MI AVETE AVUTO!! Perché a me il Rock non mi ha semplicemente cambiato…. Mi ha salvato.

    Sotto ‘sto maglione e ‘sta camicia “da lavoro”, da persona seria, ho una maglietta dei Metal Church che ho comprato quando avevo 17 anni, sento che c’è un buco all’altezza dello sterno, dà un po’ fastidio, ma non lo farò cucire, forse è lì per ricordarmi che anche bucati e stracciati, siamo sempre qui, io, lei, ed il Rock.

    Voi chi avete?



    Matteo Bendandi "Benda"
    Svegliarsi la mattina a casa di qualcun altro e accorgersi che tutti sono andati via, ma lasciando preparata una frugale colazione, questo è il Rock’n’Roll. Ti alzi dal letto matrimoniale, incredibilmente largo per le tue stanche braccia, sgualcito da una notte di insana vitalità e capisci che il mondo che ti ruota attorno si è già risvegliato da un pezzo e sta correndo per inseguire, senza troppa fortuna, le frustrazioni di ogni giorno. Preferiresti che fosse ancora notte e che l’unico rumore intorno a te fosse quello delle ruote della tua vecchia bicicletta. Sai che la notte ti fa riflettere, sognare, meditare, vagabondare. La città dorme e tutti sognano nel loro letto di fare quello che ogni giorno fai tu. Vivi libero, pensi e mandi avanti arrancando una vita dedita al frastuono, alla sbornia metafisica, all’ebbrezza da sentimento, al caos più totale. Sbatti gli occhi ancora appiccicati e col tuo pigiama sdrucito assapori l’aria mattutina, intrisa degli odori concreti della sferragliante vita notturna dei tuoi globuli rossi. Dai un’occhiata furtiva alle stanze vuote, illuminate dai tiepidi raggi dell’inverno nebbioso del Nord. Il profumo del caffè è l’unica cosa che per ora ti rincuora e ingurgiti controvoglia la plasticosa merendina lasciata lì da giorni. Silenzio. Manca ancora qualcosa alla completa perfezione, all’estasi del momento. Gli amici sono partiti e guardando il letto sfatto ripercorri i momenti passati la sera prima, quando una delle Nove Muse dell’Arte ti ha concesso di assaggiare una fetta di materia che regge l’intero Universo. Lei è la Bellezza e la Perfezione. Passioni e visceralità contorcono senza tregua il tuo stomaco, la mattina è dura per tutti. Le visioni paradisiache ti fanno dimenticare per un attimo quell’ odiosa canzone dei Beach Boys che ti ha ronzato in testa per tutta la notte, come una zanzara assetata di sangue e ti chiedi quanto misteriosa la chimica che elabora i pensieri umani. Pensi per un attimo a quello che ti aspetta oggi e con aria sconvolta, ma compiaciuta, ti dirigi col passo felpato di Ozzy verso il solito, appiccicoso bagno, per lavarti la patina di grigiume che la vita ti stampa addosso. Il silenzio alcune volte è la musica più bella che c’è. Sono i rumori a te così cari che ti fanno sentire incredibilmente vivo, anche se il tuo aspetto esteriore farebbe pensare ad altro. L’acqua che scorre nel lavandino, atavico rimando al senso embrionale dell’esistenza, riscalda le mani avvizzite dal freddo notturno. Sei come l’umido batuffolo che darà vita ad una splendida farfalla dalle ali colorate, pronta a danzare sul vento caldo delle note. Tenti di indossare i tuoi blue jeans intorpiditi e non hai niente di più caro che la tua maglietta dei Ramones sdrucita da anni e anni sul palco. Canticchi l’assolo di Hotel California e imbracci la custodia rigida della tua chitarra. Uscendo saluti quel caldo silenzio mattutino e ti immergi a colpi di musica, quella che ti gira sempre in testa, nella cupa realtà cittadina. Il freddo pungente ti rimbalza sul cappotto di velluto e un raggio di sole colpisce la tua iride, rigandoti il viso con una lacrima ebbra di vita. Guardi tutti che corrono e tutto, per un istante, ti ride attorno. Pensi alla sera prima, emani un largo sorriso e rinasci ancora. Sei pronto per un altro giorno, consapevole di avere qualcosa che altri non hanno. Volti le spalle, sollevi la chitarra e fai un passo verso la vita.
    Questo è il rock’n’roll. Peace.
    December 13

    Intervista - Eric Martin

     
     
    Non nascondo che intervistare Eric Martin, figura importante per l’hard rock degli anni novanta e idolo personale da quando ero ragazzino, è stato per me una grande emozione. Eppure la sua disponibilità, la sua simpatia e la sua cordialità hanno rivelato un personaggio che a dispetto di un passato illustre è rimasto un eterno ragazzo non solo fuori (i suoi 48 anni appaiono come i 30 di un qualsiasi altro essere umano), ma anche dentro. Eric è contento di esserci ancora e riversa la sua vitalità in una serie di risposte a fiume sui più svariati argomenti: tra passato, presente e futuro, tra l’amore per la musica e la serenità con cui accetta il proprio ruolo di padre e marito, tra aneddoti divertenti e veri e propri momenti di auto-analisi in cui viene fuori un aspetto inedito ed interessante della vicenda Mr. Big, ecco a voi il resoconto della nostra chiacchierata. Approfitto di questo spazio per ringraziare ancora una volta colei che ha reso possibile quest’intervista, realizzando così uno dei miei sogni “musicali” di una vita: grazie Roxy!

    Prima di tutto lascia che ti dica che averti qui, per me, è come rincontrare un vecchio amico dopo 100 anni…
    Grazie, questo è molto bello. Mi sento bene oggi, mi sento molto bene. Mi sto abituando ad essere “on the road” di nuovo con la mia band. Con i Mr. Big eravamo sempre in giro su bus, aerei, mentre ultimamente non ho girato molto. Ma essere in giro con questa band, vivere le prove, la tribolazione, andarsene in giro su questo pulmino scassato cercando di dormire mentre lui (indica il bassista) non fa altro che abbassare il finestrino per fumare, facendo scherzi di tutti i tipi, è ok! Abbiamo cazzeggiato molto ma adesso è tempo di salire sul palco.

    Destroy All Monsters è uscito nel 2004. Dopo tre anni ne sei ancora soddisfatto? O cambieresti qualcosa se ne avessi la possibilità?
    Certo, lo farei. Mi sono prodotto da solo i miei ultimi due album, I’m Goin’ Sane e Destroy All Monsters, e non lo farò mai più, troppo stress. Sono un songwriter e un arrangiatore ma non sono un produttore. I produttori non si curano solo della musica ma anche dell’aspetto economico e della gestione dei musicisti di cui mi avvalgo per il disco, che sai, sono come piccoli uccellini che hanno bisogno di essere nutriti costantemente, alloggiati in hotel (uccellini in hotel? ndr), e io odio questa parte del lavoro. Infatti molti di loro li ho ospitati in casa, facendomi esaurire le scorte alimentari, eppure non è per questo che non lo rifarei, è che sono abbastanza pazzo e non posso produrmi da solo. Ho bisogno di qualcuno che abbia la sua visione e che sia in grado di dirmi che questa è la direzione sbagliata, che stai sperimentando col pop, col punk rock e che stai suonando solo per te stesso. Sai, la gente mi dice che il mio miglior album da solista è Somewhere In The Middle, che è un album acustico, molto alla Bob Dylan. Tutta questa sperimentazione va bene, ma la gente ti vuol sentire rockeggiare! Quando la maggior parte del tuo pubblico ti conosce per ciò che hai fatto nei Mr. Big, si aspetta che tu la smetta di perdere tempo e torni a fare rock. In futuro sarà diverso, verso gennaio o febbraio avrò abbastanza materiale per poter finalmente registrare un nuovo disco solista. Dopo i Mr. Big ne ho realizzati solo due, sono stato in una band giapponese, il Tak Matsumoto Group, una grande rock n’ roll band, ed è stato davvero molto divertente. Ma Tak Matsumoto non voleva lasciare il Giappone. Noi eravamo pronti ad andare in giro per il mondo ma lui non voleva fare più di una ventina di concerti in posti come Budokan e altri del genere e questo era molto frustrante. Poi dopo i miei due album, quello col TMG e uno di vecchio materiale riarrangiato in acustico (Pure), ho avuto i miei due bambini. Ho sempre voluto figli, ma non credevo di essere in grado di gestirli a venti o trent’anni perché avevo una grossa fame per la musica. Non che non ne abbia adesso, ho un sacco di materiale dei Mr. Big e da solista da portare in giro, ma mia moglie non può fare tutto da sola. Però ora sono stanco, ho bisogno di un nuovo album. I miei bambini vengono prima, e dopo i quarant’anni non è semplice trovare un equilibrio tra i figli, lo stare sempre in salute, stare con mia moglie (sai questo è il mio secondo matrimonio quindi ci sto molto attento) e la musica, che si traduce in un processo molto lento. Finalmente ho del nuovo materiale da registrare a gennaio-febbraio, volerò in Argentina perché li c’è la band con cui ho suonato in Sud America, “The Road Vultures”, che è una delle mie preferite, quindi registrerò con loro e cercherò di fare in fretta perché non sono più giovane e il tempo passa.

    Sempre a proposito di Destroy all Monsters, volevo chiederti una cosa sulla copertina: perché tutti quegli squali? C’è un significato dietro al loro a simboleggiare i “mostri da distruggere”?
    No. Ma sai, già con i Mr. Big avevamo l’abitudine di adottare queste copertine strane e divertenti come quelle di Lean into it, Bump Ahead ed Hey Man, quindi volevo essere in un certo senso ironico. Distruggere tutti i mostri per me non si riferisce ai nemici o cose del genere, ma ai muri, alle limitazioni. Gli squali… a me non piacciono gli squali, li odio. Quindi distruggiamo tutti gli squali!

    Da cosa trai ispirazione quando inizi a scrivere una canzone?
    Da tutto. Vita, politica, ma non politica a livello nazionale o internazionale, intendo la politica che vige tra le mie quattro mura, a casa mia… Poi religione, humour, sai cerco sempre di sdrammatizzare tutto, fare satira; molte delle mie canzoni sono liricamente satiriche e… un sacco di delusioni amorose. Sono stato molto sfortunato in amore, non per niente sono al mio secondo matrimonio. La mia prima moglie mi ha lasciato per un venticinquenne. Tu hai venticinque anni (indica il mio amico Franco che assiste all’intervista, ndr)?
    Franco: ehm… si.
    Allora vai a fotterti fuori di qui (risate generali, ndr)! Il fatto che lei mi avesse lasciato per un uomo più giovane mi ha distrutto. Mi ha spezzato il cuore e da ciò sono nate tonnellate di canzoni, l’intero album Somewhere In The Middle parla di Stacy, la mia prima moglie. Siamo stati insieme per diciott’anni e separarsi non è stato facile. Questo mi ha dato una grande spinta nella direzione delle domande esistenziali come chi sono, come mi rapporto a questo mondo, sai, una sorta di auto-analisi, eheh. Molte persone mi hanno detto che sono state toccate profondamente dalle canzoni scritte su questi argomenti ma per me, anche se ormai è una specie di clichè dirlo, è stato terapeutico farlo. Persino mentre parlo a te, penso che tu sia il mio barista o il mio terapeuta. Mi viene da chiederti se hai davvero voglia di ascoltare quello che dico.

    Sono qui per questo… Bene, cosa puoi dirmi del progetto “Scrap Metal”?
    Ero a San Francisco ed ero andato a vedere Chris Frazier, il batterista che ha suonato con me nel Tak Matsumoto Group, perché si esibiva con Eddie Money. Nel pomeriggio prima di loro si esibivano i Nelson Brothers, suonando per un’audience abbastanza anziana le canzoni di loro padre, vecchie hit di Ricky Nelson. Li ho voluti conoscere perché era la prima volta che li vedevo dal vivo. Così sono andato nel backstage e gli ho detto: “hey ragazzi siete grandi! Grazie a Dio vi siete tagliati i capelli perché prima sembravate una coppia di barboncini!”. Loro hanno risposto ridendo, ma poi nello stesso momento si sono illuminati e mi hanno detto che sarei stato perfetto per il loro progetto: Kelly Keagy, batterista dei Night Ranger, Mark Slaughter, i gemelli Nelson e me. Mi dissero che era una sorta di band “hobby” per il momento e che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per mettere in moto le cose. Così è stato, abbiamo fatto soltanto cinque concerti per ora ma nel 2008 faremo tonnellate di shows. Suoniamo canzoni da top 40, ma solo nostre canzoni: hit dei Night Ranger, degli Slaughter e anche dei Mr. Big come Alive and Kickin’, To Be With You, Just Take My Heart, Superfantastic e Wild World. Per ora abbiamo suonato nei casinò e a qualche fiera ma dall’anno prossimo cominceremo ad andare in giro. E’ tutto molto bello se non fosse che i Nelson ne vogliono fare una sit-com, uno show televisivo. Io non voglio farlo man, non voglio farmi vedere seduto ad una sedia ubriaco e sbraitante. Non voglio che la gente veda i miei panni sporchi. Non voglio avere telecamere attorno tutto il tempo, non esiste, mi spaventa! Non voglio finire come Sebastian Bach e quella cosa che ha fatto con Ted Nugent, sai, abbracciato a lui mentre gli diceva “Ted, sei come un padre per me”, oddio, una cosa imbarazzante! Oppure i Metallica con quel film che hanno fatto, James Hetfield, a cosa stavi pensando? Non mi fraintendere, i Metallica vivono nella mia città, li conosco e li apprezzo molto, ma… come cavolo avete fatto ragazzi! Insomma, il rock ’n’ roll non deve essere preso per forza sul serio, ma mi piace il fatto di essere un tipo normale, una persona comune e non mi piacciono le manie di protagonismo, come ad esempio mettere le foto dei miei figli su internet o urlare contro mia moglie per strada, non voglio che le persone vedano un lato strano o bizzarro della mia vita privata.
    Comunque tornando al progetto Scrap Metal, posso dire che è una hobby band e non è nata per far soldi. Anche se molte band lo fanno, firmando grossi contratti con le agenzie di management. In più andrò in tour con Joe Lynn Turner, Mark Fish, Chris Thompson e un altro artista che ora non ricordo, con un’orchestra di cinquanta elementi, e canteremo le nostre hit, suonando in posti come Berlino, Stoccarda o Rotterdam. Che altro devo fare? Aprire un bar? Mettere su una catena di lavanderie? “Lavanderie To Be With You” (risate, ndr)!

    Penso che al giorno d’oggi si viva una sorta di paradosso nella musica rock: tutti cercano nuovi suoni, nuove band, nuova musica, eppure gli eventi che hanno più successo sono sempre legati ai vecchi gruppi e ai vecchi artisti. Perché, secondo la tua opinione?
    E’ semplice… anzi no. Non lo so… Forse perché il meglio è venuto dalla mia generazione, anche quando la gente mi chiede cosa ascolto attualmente, penso sempre “oddio, cosa posso dire di cool, qualcosa che ho letto su Rolling Stone o su People Magazine…”, alcune delle nuove band mi piacciono ma sono tutte così uguali tra loro. A me piacciono i classici, quelli dei seventies, perché ci sono cresciuto e perché quella per me è la vera musica. I giovani, gli ascoltatori di seconda o terza generazione, è bello che siano influenzati dai classici ma per me è diverso, è una cosa che ho nel sangue e perfino quando ho composto Destroy All Monsters è stato difficile trovare qualcosa di veramente nuovo, ad esempio ogni canzone acustica mi ricordava To Be With You, ma è ok. Sono soddisfatto di ciò che ho fatto negli anni ottanta e novanta, ma il mio prossimo album suonerà tipo Rolling Stones… Non saprei come scrivere musica alla Mr. Big oggi perché prima c’era Paul (Gilbert, ndr) e il suo modo di suonare e scrivere musica era un’ispirazione per me, voglio dire, anch’io scrivevo le canzoni ma era più facile con Paul e anche con Richie (Kotzen, ndr). Faccio quello che posso ma è anche la mia voce ad essere influenzata dai seventies. Ad ogni modo, perché lo sono anche i più giovani? Perché sono fottutamente furbi, perché quella dei seventies è buona musica. Non riesco ad addentrarmi in buona parte della musica più moderna anche se niente è davvero moderno, è come un cerchio chiuso. Ma perdonami, io continuo a vaneggiare, è che la tua era una domanda così interessante…

    No problem… Avere qui in un breve lasso di tempo Richie Kotzen, Pat Torpey ed Eric Martin mi fa pensare inevitabilmente ai Mr. Big…
    Beh, perché venire ognuno con la sua band quando tutti assieme avremmo più pubblico, più soldi e il nostro ego accresciuto, senza contare che i fan impazzirebbero? Lo stai chiedendo alla persona sbagliata. E’ da cinque anni che ci siamo separati e non c’è più alcuna ostilità da parte mia nei confronti della band. Quando vado a rivangare le ragioni della rottura mi rendo conto che è stato un vero peccato, un vero schifo finire in un modo così brutto. E’ stata una cosa “politica”, vile e morbosa, abbiamo avuto tredici anni fantastici, senza problemi di droga o alcool, si è trattato di uno stupido “mis-communication breakdown” (lo dice cantando il refrain di Communication Breakdown dei Led Zeppelin, ndr), una cosa stupida da garage band. Ma ora sono un padre e sono al mio secondo matrimonio… Quando i Mr. Big si separarono mio padre passò a miglior vita e mia moglie mi lasciò. I Mr. Big erano l’ultimo anello nella catena delle mie priorità con mio padre e mia moglie che mi lasciavano. Ora sono cresciuto e ho più responsabilità di allora, quando si occupava di tutto il nostro manager. Adesso sta a me prendermi cura di tutti gli aspetti, quello musicale e quello famigliare, ora sono in grado di gestire tutto mentre nei Mr. Big non potevo. Un sacco di volte, quando mi sentivo con le spalle al muro (e qui tu diventi il mio terapeuta), quando Billy era incazzato e non potevo sopportare il fatto di averlo intorno, quando non potevo parlare con Paul o con Richie che non ha mai avuto una personalità, quando Pat era sempre impegnato a pensare agli affari, mi sentivo in preda al panico perché non avevo nessuno con cui sfogarmi, ero insicuro. Ora sono totalmente sicuro di me stesso. A quel tempo quando mi sentivo così insicuro cominciavo a parlare in modo sarcastico e fastidioso, credevo di essere divertente ma ero solo meschino, e ora mi rendo conto che nello stesso modo in cui in quei momenti io odiavo i ragazzi, loro odiavano me perché mi comportavo da idiota. Non volevo essere un idiota, non volevo far del male a nessuno perché ero stato loro amico per tanto tempo…
    Questa è la prima volta in assoluto che lo dico in un’intervista, se i ragazzi dei Mr. Big dovessero leggerlo direbbero “ah, davvero?”

    Ci sono molti giovani cantanti in giro che sono anche tuoi fan. Ma immagino che tu stesso sia fan, quindi quali sono i cantanti che ami di più, e quali quelli a cui ti ispiri?
    Beh, ovviamente Paul Rodgers ha avuto una grande influenza sul mio modo di cantare, ma anche Lou Graham e Frankie Miller, non lo conosci? Cerca qualcosa, è un grande cantante Blues! Poi ci sono anche Janis Joplin, Otis Redding, che è il mio idolo. Tra i cantanti che mi piacciono di più… adoro Joe Lynn Turner, ora siamo diventati amici e ogni volta che cantiamo insieme è grandioso (intona Stone Cold imitandone la voce, ndr)! Amo Glenn Hughes, lui riesce a tenere quella voce incredibilmente alta senza problemi, quando lo fai per quattro o cinque canzoni la gente lo adora, ma quando lo fai per ogni canzone, wow… lui è il più grande cantante al mondo. Anche David Coverdale mi piace molto, in effetti adoro tutti i cantanti dei Deep Purple, eheh. Lui è influenzato dagli stessi cantanti da cui sono influenzato io. E sai chi è un grande cantante? Richie Kotzen: è un grande cantante e un grande chitarrista. Quando fa quella cosa alla Gorge Benson che faceva anche nei Mr. Big, l’assolo di chitarra doppiato dalla voce (mima, ndr) è fantastico! Man, se solo sapessi suonare la chitarra non avrei bisogno di nessuno al mio fianco!

    Il mio primo contatto con la tua voce avvenne negli anni novanta e la canzone era Wild World
    E tu hai pensato che l’avessi scritta io?

    Ehm, no…
    Oh, shit.

    Beh, ero un ragazzino all’epoca e non sapevo dell’esistenza dei Mr. Big. Dopo aver ascoltato la canzone alla radio pensai: “che voce meravigliosa ha quella donna!”. Sii sincero: E’ la prima volta che qualcuno ti dice una cosa del genere?
    No, è la seconda(ride, ndr)! Quando avevo circa vent’anni vivevo a Sacramento, in California. Era la capitale, ma era una piccola città fatta di fattorie. C’era una band a San Francisco chiamata Kid Courage che cercava un cantante. Io li chiamai dicendo che volevo essere il loro cantante e loro mi risposero che non volevano una cantante donna, stavano cercando un uomo! Ma era il 1978 o 1979, non ricordo bene, e comunque poi entrai nella band. Avevo i capelli lunghi e a volte la gente pensava fossi una ragazza, ma… (mima una proboscide che si adagia sul tavolo, ndr)

    E’ così grosso?
    Yeah. No, a dire il vero è piccolo ma ha una grande capacità di manovra (risate generali, ndr)!

    Sul libretto di Lean Into It, come commento a Voodoo Kiss, c’è scritto: “non molti sanno che Eric Martin ha vissuto per 3 anni a New Orleans come pescatore d’aragoste e guaritore voodoo”. Questo non è vero… O si?
    No, no, è una cosa che ha scritto Paul. Siamo andati a New Orleans in un posto chiamato “Madame Lavoise”, una sorta di negozio voodoo, pieno di bambole, intrugli per stregonerie e cose del genere e io sono rimasto affascinato dalle vibrazioni di quel posto, mi è piaciuto camminare nel quartiere francese e cosi ho scritto quella canzone, Voodoo Kiss. Paul, leggendone il testo, ha deciso di scrivere questa stramba introduzione, tutto qui.

    Qual è la peggiore canzone che tu abbia mai registrato?
    Dunque, è una canzone che mi piace ancora, ma non è una grande canzone. Si tratta di How Did I Give Myself Away, presente sull’album Actual Size. A quel tempo Billy non aveva abbastanza canzoni da portare per l’album, a lui non piacevano Shine e le altre perché pensava fossero troppo leggere, mentre era andato a dire in giro che il nostro sarebbe stato un disco di rock duro, pesante. Non rimaneva troppo tempo in studio perché stava suonando con Steve Vai e i Mr. Big non erano più una priorità. Io avevo già pronta questa canzone, una specie di pezzo punk sullo stile dei Foo Fighters, ma siccome volevo che Billy rimanesse di più con noi in studio, gli proposi di scriverla insieme. Lui accettò ma fece tutto con sufficienza. Io stavo cercando di essergli amico e per diversi anni ho fatto cazzate come questa… Ad ogni modo non è che la canzone non fosse bella, era una grande canzone con un bel ritornello (lo intona, ndr), ma forse è la mia peggior canzone. Poi non mi è mai piaciuta The Whole World is Gonna Know, una canzone che piace a tutti, ma che io ritengo troppo, sai (ne canta il ritornello con il pugno sollevato in aria, ndr)… troppo forzata. E’ una cosa ironica perché io e Billy abbiamo dato vita ai Mr. Big. Lui aveva portato The Whole World is Gonna Know e una canzone chiamata Heeded the Moment, mentre io avevo Big Love e Rock ‘n’ Roll Over. Ora, se parli con lui ti dirà che questa cosa non è mai avvenuta ma giuro su Dio che è vera: In quei primi giorni, quando stavamo pensando ad un nome da dare alla band, venne fuori una soluzione presa dalla mia “M” e dal suo cognome: “MSheehan” (suona come “machine”, ndr). Ma l’abbiamo abbandonata subito perché sapevamo che non avrebbe funzionato.

    E invece quali sono le canzoni che ami cantare di più quando sei sul palco?
    Adoro Daddy Brother Lover Little Boy, Colorado Bulldog e To Be With You che non è cerebrale ma è comunque profonda. Poi c’è una canzone chiamata Where do I Fit In che ho scritto con Paul e che mi piace molto cantare. I Mr. Big erano un gruppo diverso, particolare, non era la solita solfa ripetuta tutto il tempo, anche se le canzoni del primo album erano simili tra loro perché pensate tutte per un live show. Trapped in Toyland è un esempio atipico di fast song ma la adoro, e mi manca molto Paul come songwriter.

    Forse in Italia non tutti sanno che c’è una connessione tra Eric Martin e i Power Rangers…
    Allora, io ho due figli: Jacob e Dylan. In casa abbiamo una batteria e Jacob, anche se ha solo 3, anni è in grado di capire cosa sta suonando, sai, rullante, cassa, piatti… Dylan invece vuole essere un cantante. E la canzone che canta non è To Be With You, Promise Her The Moon o le altre canzoni che gli cantavo quando era un bebè, ma “Go Go Power Rangers”, ed è in grado di farlo! Lui adora i Power Rangers. Comunque, nel 1994 o 1995 sono stato contattato da un’azienda di giocattoli e roba simile chiamata Bandai, che aveva chiesto a Ron Nevison (produttore di molte band e anche di Physical Graffiti degli Zeppelin) chi potesse cantare la canzone dei Power Rangers. Lui ha fatto il mio nome e così sono stato reclutato assieme a Matt Sorum, batterista dei Guns ‘n’ Roses, John Pierce al basso, Tim Pierce alla chitarra e Kim Bullard alla tastiera. Ci siamo ritrovati tutti assieme e abbiamo suonato Go Go Power Rangers. E’ stato divertente e ne abbiamo tirato fuori una bellissima canzone. Matt ha detto: “peccato che non saremo mai in grado di suonarla dal vivo”, al che noialtri ci siamo guardati in faccia e siamo scoppiati a ridere. Ma è vero, nessuno di noi l’ha mai suanata live. Comunque ci ha fatto parecchia pubblicità, soprattutto in Giappone. Una volta ero in tour con i Mr. Big e ad un certo punto alla radio annunciarono “ed ora Go Go Power Rangers, cantata da Eric Martin dei Mr. Big”. Billy mi guardò sgomento e io gli dissi “tranquillo amico, i ragazzini l’adoreranno”. Ed era vero, i bambini la amavano. Quando dico in giro che negli anni novanta ho cantato la canzone dei Power Rangers la gente mi risponde “oh mio Dio, è vero?”. E io dico che l’ho fatto per i bambini. E per diecimila dollari (risate, nrd)! Comunque mi è piaciuto farlo, ho fatto parecchia di questa roba in Giappone. Ad esempio la mia canzone Fly è stata usata per sponsorizzare la birra Asahi, è una canzone stupida, ma mi ha fatto vendere un sacco di dischi…

    Bene Eric, ti lascio le ultime parole. Vorresti dire qualcosa ai tuoi fan italiani?
    (Dice una parola incomprensibile in italiano seguita da evidente imbarazzo, ndr) Sono ancora vivo e scalciante (ma è più bello “Alive and Kickin”, ndr). Sono ancora qui e non andrò al tappeto per ora. Dovrete portarmi via di forza. Che altro posso dire… ah si, non sposatevi per la terza volta, non fatelo. Restate con la vostra seconda moglie oppure non sposatevi più!
    December 11

    Live Report - Eric Martin

     
     
    Il punto è che tornando dal luogo designato per l’intervista all’ala concertistica del Nordwind disco pub di Bari il sottoscritto, che nella sua vita si è esibito davanti a un massimo di trenta persone alla recita di natale delle scuole elementari, ha avuto un colpo al cuore nel constatare la numerica pochezza del pubblico presente, figuriamoci quindi la reazione che avrà potuto avere uno che durante la propria carriera ha affrontato audience di migliaia di persone, contemplato folle urlanti ai propri piedi, tenuto testa ad orde di fan assatanati. Eppure il raggiante sorriso di Eric Martin a fine concerto, unito ad un lapidario “my best show so far”, mi induce a pensare che forse ho sbagliato i miei calcoli.

    Saltando a piè pari quelle che potrebbero essere indelicate considerazioni sui molti assenti non giustificati (persino i miei canarini, animali notoriamente duri di comprendonio, sapevano della venuta di Eric Martin) di questa sera, mi ritrovo catapultato con la memoria alla fine dell’esibizione degli Z.E.D., hard rock band barese che apre la serata. I due pezzi a cui ho avuto modo di assistere (la cover di Mean Bone degli Slash’s Snakepit e Sick, pezzo di propria produzione) costituiscono un minutaggio sin troppo esiguo per poter valutare la prestazione della band ma più che sufficiente per capire che questi ragazzi ci sanno fare, e la calda partecipazione dello sparuto gruppo di astanti vale più di qualsiasi abbozzo di discorso prefabbricato per l’occasione.

    Dopo questa breve ma piacevolissima parentesi rockettara è il turno di Eric Martin, unico cantante al mondo che ha falsificato la propria carta d’identità anticipando la data di nascita invece di posticiparla per sottrarsi qualche anno come fanno tutti: non vorrà mica farci credere, con quella faccia da ragazzino, che è prossimo ai quarantott’anni? Chi potrebbe mai pensare che un aspirante cinquantenne sia in grado di tenere il palco per quasi due ore saltando come una cavalletta, ballando, suonando la chitarra e producendosi in evoluzioni vocali che solo a sentirle ti si chiudono i polmoni e ti viene il mal di gola? La verità è che viso da giovanotto a parte, Eric condivide con i grandi cantanti della sua generazione il gene dello spettacolo: carisma, istrionismo, capacità di ottenere il massimo da qualsiasi situazione e l’ammirazione di tutti quelli che gli stanno accanto sono caratteristiche peculiari degli ultimi grandi interpreti di un modo di essere rock star che va pian piano scomparendo. Non solo cantante, non solo intrattenitore: lo show di questo eterno ragazzo è energia pura, è rock vibrante, caldo, caldissimo (tanto che dopo due canzoni il buon Eric era già sudato come un maratoneta ad agosto), intenso ed emozionante. Cantare col cuore in mano una manciata di pezzi che l’hanno reso famoso come Daddy Brother Lover Little Boy, Electrified o To Be With You non gli basta, il folletto californiano non sta un solo secondo fermo o zitto, è sempre pronto a scherzare con i ragazzi della sua band (soprattutto col batterista Saverio, colpevole di avere la metà dei suoi anni), col fonico (pronuncia quel nome, “Enzo”, con la cadenza di un barese purosangue) e soprattutto col pubblico. Esilarante quando ruba gli occhiali ad un ragazzo in prima fila per cantare Wonderland (dal suo album col Tak Matsumoto Group), indossandoli e rendendosi conto solo a fine canzone che non ci vede niente, oppure la tortura che ha dovuto subire un altro ragazzo, eletto reggi-plettro personale per l’intero concerto. Divertentissimi sono i suoi aneddoti sulla suocera che pretendeva di vedere il colosseo a Catanzaro o sulle rotonde che li hanno fatti smarrire per le strade italiane più di una volta, fantastica la sua presentazione della band sullo sfondo di una curiosa melodia spagnoleggiante, culminata con “il mio nome è Amerigo Vespucci, ho scoperto l’america e non l’ho trovata così bella”.

    Ma un concerto di Eric Martin non vive soltanto di rock e divertimento, ma anche di emozioni intime e profonde, di flebili batticuori e della magia che nasce dalla condivisione degli stessi momenti. Mi si forma ancora un nodo alla gola se ripenso a Just Take My Heart o a The Chain, quando lo spoglio arrangiamento di chitarra semi-acustica riesce a stento a trattenere il fluire strabordante, armonioso e inconfondibile di una delle più belle voci che la storia del rock possa ricordare. Eccovi un esempio della magia di cui parlo (grazie Rob per aver indicato la strada):

     

    Ed ecco perchè mi sento in dovere di svincolare il racconto di questo concerto da fredde osservazioni tecniche; sarà che i ragazzi della band hanno avuto come unico limite l’inevitabile confronto con certi Pat Torpey, Billy Sheehan e Paul Gilbert/Richie Kotzen, sarà che se anche non al massimo della sua forma la voce di Eric Martin non ha perso un solo grammo del suo fascino in tutti questi anni, sarà che ascoltare Wild World alla radio quattordici anni fa (e cantarne al cospetto di un divertito singer assieme a tutti i presenti la scala che segue il ritornello con uno stonatissimo “la la la la la la lalala”) ha cambiato la mia “vita musicale”, ma questa serata rimarrà per sempre scolpita nel mio cuore. In questo mondo (musicale e non) ci vorrebbero molti più Eric Martin di quanti ce ne sono. E se siete arrivati fino a questo punto chiedendovi chi cavolo è questo Eric Martin, beh, allora vi siete persi un grande pezzo della storia dell’hard rock degli anni novanta. O siete solo smemorati. La risposta è MR. BIG.

    Un ringraziamento di cuore al mio compagno di avventure/collega Master444 per compagnia, foto e supporto morale e all’ineffabile Carlo per il video di To Be With You.

    SETLIST
    I wish you were here
    Daddy, brother, lover, little boy
    Voodoo kiss
    Superfantastic
    Wonderland
    Temperamental
    Kings for a day
    Just take my heart
    Electrified
    Sweet home Alabama
    Untouchable
    Wild world
    Water over the bridge
    A rose alone
    My new religion/The chain
    Dancin' with my devils
    To be with you
    Don't stop
    30 days in the hole