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    January 31

    Deathstars - Night Electric Night

     

     
    Con il nuovo Night Electric Night, i Deathstars raggiungono l' importante traguardo del terzo album. Non che dal primo sia cambiato molto - sia a livello musicale che puramente estetico - e questo la dice lunga sulla formuletta vincente che i furbi "deathglammers" svedesi continuano a riproporre disco dopo disco, formula che mescola un pò di Rammstein, un pò di Rob Zombie solista, un pizzico leggero leggero di Marylin Manson e una buona dose di melodie ottantiane facili e di grande presa.
    Le cose hanno funzionato abbastanza bene con Synthetic Generation del 2002, molto bene con Termination Bliss del 2006, perchè cambiare per il nuovo disco? E infatti squadra che vince non si tocca; se già conoscete questa band sapete esattamente cosa aspettarvi: rock-metal industrialoide, elettronico e darkeggiante, canzoni di facile ascolto e malcelate (ma neanche tanto) pretese da dance-floor. C'è da dire comunque che i nostri ci sanno fare e ancora una volta il lavoro del gruppo si rivela indovinato sotto tutti i punti di vista; dalla composizione alla produzione di queste undici canzoni tutto gira per il verso giusto e Night Electric Night scorre via liscio come l'olio tra momenti buoni, momenti esaltanti e qualche fase di stanca.
     
    A dire il vero, ad un ascolto più attento è possibile scorgere anche qualche piccolo elemento di innovazione del sound, corrispondente ad un'atmosfera più marcatamente goth, ottenuta grazie ad un sapiente uso delle orchestrazioni di tastiera, l'inserimento di sporadici cori femmili e un mood generalmente più cupo e oscuro del solito, atto a creare sensazioni fumose e notturne che permeano il disco per tutta la sua durata. E stando alle parole di Nightmare Industries, chitarrista, compositore e produttore della band, sono proprio la notte metropolitana, le luci della città che dorme e le vicende di vita e morte che vi si consumano le ispirazioni principali per la composizione del platter, che contiene anche un personale omaggio - la ballad nera Via The End - del chitarrista a suo fratello Jon Nodtveidt (Dissection), morto suicida il 16 Agosto 2006.
     
    Oscuro, solido e variegato, Night Electric Night si lascia ascoltare più che bene, al suo interno fanno capolino pezzi brillanti come la titletrack, la seriosa The Mark Of The Gun o ancora la ruffianissima The Fuel Ignites; più in generale si può dire che chi va in cerca di chitarroni corposi, bassi che pompano a tutto spiano, voci perverse e suadenti (il singer Whiplasher, grazie anche a qualche artificio di produzione, è letteralmente disumano) e deliziosi beat elettronici, troverà pane per i propri denti. Certo alla lunga l'album mostra un pò il fianco alla ripetitività - Blood Staines Blondes ad esempio assomiglia in maniera preoccupante al singolone Death Dies Hard - ma questo non sembra essere un problema per i Deathstars, che continuano a snocciolare le loro potenziali hit nella più impunita ed autoreverenziale ruffianeria.
    Buona (anche) la terza...      
    January 20

    Infecthead - Cyberfuckturing

     

     
    "I nostri dei sono ora le macchine". E' con questa lapidaria ed apocalittica quarta di copertina che gli Infecthead annunciano il proprio incubo sonoro intitolato Cyberfuckturing, una demo autoprodotta composta da cinque pezzi (tre canzoni più una intro e un intermezzo) malati e violenti, legati da un concept volto alla celebrazione dell'olocausto biotecnologico in un futuro tanto prossimo quanto inevitabile.
     
    Provenienti dalla provincia di Bari, i quattro ragazzi che compongono la band non sono nuovi alle esperienze di composizione e registrazione (ognuno di loro milita o ha militato in gruppi già esistenti da diversi anni), e questo si riflette in un personalissimo sound poderoso ed abbastanza articolato, caratterizzato da una produzione fredda e sporca che centra l'obiettivo della creazione di atmosfere alienanti e scenari da inferno cybernetico su cui si stagliano tre pezzi dalle sonorità ibride, ottenute mescolando il grind elettronico ed industriale dei The Berzerker, il death metal tecnico e brutale di band come Decapitated e Suffocation e i breakdown carichi di groove di certo deathcore moderno. Il risultato, pur se affascinante, appare a volte incerto in quanto la mistione di elementi così disparati non è sempre coesa come ci si aspetterebbe: gli elementi elettronici ed effettistiche varie ad esempio, sono relegati alle code più o meno lunghe che caratterizzano i pezzi (parliamo in particolare di Bioshock e Mean Hunt) e non sembrano mai elementi peculiari nella struttura o negli arrangiamenti, col risultato che la parte "cyber" della musica degli Infecthead risulta abbastanza staccata dalla parte "metal".
     
    Il problema tuttavia non influisce più di tanto sulla resa delle canzoni, che si esaltano invece nell'alternanza di passaggi brutali e momenti più groovy eseguiti con un approccio tecnico e deciso che mette in evidenza i pattern meccanici della batteria di Vlady Fumaroli e la buona varietà di riff (memorabile quello posto in apertura della titletrack) e fraseggi della sei corde di Giovanni Cirielli, chitarrista essenziale ma completo, almeno per ciò che compete il genere (i generi?) suonato. Davvero notevole inoltre la prestazione deitro al microfono del giovane Antonio Caggese (attualmente in forza ai più quotati Reality Grey), un ragazzo dotato di una potenza vocale spaventosa, unita ad una buona varietà di registri. A completare il quadro troviamo le inaspettate aperture melodiche che fanno capolino nelle già citate Mean Hunt - un passaggio di voci pulite tanto inattese quanto azzeccate - e Bioshock - una chiusura ad effetto affidata a poche suggestive note di pianoforte - e aggiungono ulteriore carne al fuoco al sound degli Infecthead.
     
    Una demo in conclusione decisamente interessante, che presenta nel migliore dei modi una nuova realtà dell'underground metallico pugliese dal notevole potenziale, una band che cerca di offrire una visione del death metal variegata e personale per quanto ancora leggermente acerba: un piccolo difetto di mescola che se perfezionato porterà (si spera) grandi soddisfazioni.
    January 15

    Cream Pie - Dirty Job

     

     
    Rock is a "Dirty Job"... But someone's gotta do it!
     
    Sono poche parole, ma le uniche veramente necessarie a descrivere questo disco. Biondona in copertina, look stradaiolo anni '80, una serie di canzoni dai titoli più o meno espliciti come Whore, Zip It e Hot Sensation da una parte, rock 'n' roll diretto, sleazy e metallico dall'altra e il "lavoro sporco" di cui sopra è fatto.
    La prima prova su lunga distanza dei baresi Cream Pie si consuma velocemente nell'arco dei suoi quaranta minuti abbondanti di musica bruciando tra i solchi roventi impressi da una manciata di pezzi graffianti, elettrici e scintillanti.
     
    Gli anni '80 non se ne sono mai andati. Los Angeles, il suo Sunset Boulevard, il Whisky A Go-Go, i Motley Crue e i Guns N' Roses sono immagini vivide nelle musica della band, che tuttavia evita abilmente il tranello della nostalgia e dell'anacronismo mettendoci del suo per risultare, se non originale (mission impossible all'interno del genere), il più personale e credibile possibile. Troviamo così a fianco alle melodie, agli hooks chitarristici ed alle atmosfere tipicamente hard rock a stelle e striscie, una scrittura e delle distorsioni che sconfinano più volte nel metal e un'attitudine smaccatamente in your face dai risvolti quasi punk. Undici canzoni, undici cazzotti in faccia, nessuna concessione al miele, al romanticismo, o peggio ancora, alla noia. I riff ficcanti di Long Leader, il refrain arioso di Whore, la rabbia di Hungry For Mayhem, tutti toccasana per gli appassionati del genere che in quest'album troveranno pane per i loro denti.
    I principali limiti - peccati assolutamente veniali - di questo Dirty Job arrivano da una produzione (a cura della band stessa) che a volte "sgonfia" leggermente il sound frenandone la carica e l'energia sprigionata e un singer (attualmente rimpiazzato) che nonostante una buonissima prova, tende a fare un pò troppo il verso a Vince Neil, perdendo a tratti un in spontaneità.
     
    A testimonianza del valore della band comunque interviene un tour americano di discreto successo intrapreso nel 2008, che ha toccato i principali stati del sud del paese e ha lasciato i cinque ragazzacci con un arrivederci per un altro tour pianificato per il 2009, questa volta tra east e west coast. Speriamo che la conquista della terra promessa del rock non corrisponda alla classica situazione da "nemo propheta in patria", anche se immagino che ai Cream Pie non importi poi così tanto. Recentemente infatti sono stati avviati i rapporti con una label d'oltremanica quindi non ci resta che augurare alla band un futuro roseo e di mantenere salda l'accoppiata sex & rock n' roll.
    January 13

    Queensryche - Queensryche

     

     
    La storia dei Queensryche è la classica storia di ogni band che per arrivare al successo è dovuta passare attraverso mille difficoltà, rifiuti, gavette, cambi di formazione e situazioni in cui bisognava mettere in campo tutta la propria "arte di arrangiarsi". Contrariamente a quanto qualcuno si ostina a credere, un destino straordinario è tutt'altro che scritto nelle stelle e va costruito passo dopo passo con lavoro, fatica e sudore.
     
    Cross+Fire: La storia comincia da qui. Nella Seattle dei primissimi anni '80 Michael Wilton e Scott Rockenfield si divertivano a suonare cover di Iron Maiden e Judas Priest con i loro amici, fin quando non decisero di cominciare a "fare sul serio" e scrivere pezzi propri. Nacquero così, con l'arrivo di Eddie Jackson e Chris De Garmo, i The Mob. Per poter partecipare ad un rock festival locale, la band, ancora senza cantante, contattò un certo Geoff Tate, allora singer di un gruppo chiamato Babylon. Dopo alcuni show con i The Mob, Tate abbandonò visto il suo scarso interesse per l'heavy metal. I The Mob si trovarono così ancora una volta senza cantante ma, determinati a continuare la propria avventura, decisero nel 1981 di registrare il proprio demo tape. Fu richiamato all'ovile Geoff Tate, accasatosi intanto presso i Myth, e nelle ore notturne, quando le tariffe della sala di registrazione erano più basse, quattro pezzi - Queen Of The Reich, Nightrider, Blinded e The Lady Wore Black - videro la luce. Scoraggiato dal rifiuto delle varie etichette a cui la band aveva sottoposto il demo, Tate lasciò i The Mob per la seconda volta e tornò ai suoi Myth.
    La band intanto cambiò il proprio nome in Queensryche (da una storpiatura del titolo della loro Queen Of The Reich) e continuò a far circolare il demo tra gli addetti ai lavori, presso i quali riscosse un buon successo culminato con una generosa recensione su Kerrang!. Rincuorati dall'attenzione crescente che li circondava, i Queensryche pubblicarono il loro EP, intitolato Queen Of The Reich, per la propria etichetta (fondata per l'occasione) 206 Records. Attirato dalle sirene dell'ancora esiguo successo, Geoff Tate lasciò i Myth e accettò di diventare definitivamente il cantante dei Queensryche. In quell'anno (1983) La band firmò un prestigioso contratto per 7 album con la EMI America e ripubblicò sotto la nuova etichetta il proprio demo col titolo Queensryche.
     
    Il resto è storia. A documentare i primi anni di vita dei 'Ryche rimangono dunque quattro pezzi che testimoniano l'amore della band per l'heavy metal inglese che in quegli anni aveva travolto l'America incendiando parecchi cuori (due sbarbatelli chiamati James Hetfield e Lars Ulrich ne sono l'esempio più lampante) e dando vita ad un'emorragia metallica che non si sarebbe più arrestata. I Queensryche negli anni successivi ne incarneranno il lato più raffinato e sofisticato, ma nel 1983 bisogna "accontentarsi" delle loro cavalcate metalliche, delle loro rasoiate chitarristiche in puro stile Judas Priest e delle sferzate elettriche che caratterizzano pezzi ancora acerbi ma sicuramente interessanti come Queen Of The Reich e Nightrider. La grinta, l'energia, ed una buona tecnica di base riescono a coprire la pur evidente mancanza di personalità del giovane gruppo, ma gli intrecci delle sei corde di Wilton e De Garmo e soprattutto la spaventosa estensione vocale di un imberbe Geoff Tate riescono a donare una marcia in più a questo lavoro, che suona come un genuino urlo di passione, di voglia di spaccare il mondo a suon di schitarrate.
     
    Dei Queensryche che daranno alle stampe capolavori epocali come Operation: Mindcrime e Promised Land qui non c'è ancora traccia, anche se nell'ultimo pezzo The Lady Wore Black viene messa in mostra una certa teatralità che rende questa power ballad tutt'ora una delle canzoni più amate dai fan di lunga data e la tendenza a stupire con notevoli colpi di coda piazzati alla fine dei propri lavori: restate sintonizzati.
     
    Non c'è molto altro da dire a proposito di questo EP, chiudo pertanto con una curiosità: in una recente intervista, Tate ha ricordato un episodio in cui sua figlia, ancora bambina, rovistando tra il vecchio materiale della band tenuto in casa, ha scovato il video promozionale per Nightrider. Dopo averlo guardato si è fiondata contro il padre in lacrime urlando che non lo voleva più come papà. Alla richiesta di spiegazioni di Geoff, la bimba ha sbraitato: "Non voglio un papà che indossa fuseaux rosa!"
    Come darle torto:
     
       
     
    PS: qualche anno più tardi, nel 1988, Queensryche è stato ristampato dalla EMI con l'aggiunta del brano Prophecy, outtake delle sessioni di registrazione di Rage For Order. Per non intaccarne lo spirito originario, è stata mantenuta la versione primigenia dei pezzi nonostante la casa discografica avesse espresso l'intenzione di "ritoccarli".